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lunedì 9 luglio 2012

Critica alla Food Policy 1/2

<< Caso studio: critica alla Food Policy

Nei Paesi di lingua anglosassone e precisamente in Gran Bretagna, esiste un movimento culturale che possiamo ricondurre al termine di Food Policy, che ha lo scopo fondamentale di analizzare, dal punto di vista filosofico, il sistema alimentare mondiale e di considerare e cercare di risolvere le varie tensioni presenti a livello di produzione, distribuzione e consumo del cibo. Il più importante esponente di questo movimento è Tim Lang della City University of London.
Nel suo recente libro, che prenderemo a riferimento per questo paragrafo, la food policy viene definita come «lo studio delle linee programmatiche alimentari […] La creazione delle politiche influenza chi mangia cosa, quando e come; e se le persone (e gli animali) mangiano e con quali conseguenze. L’ambito di ricerca della food policy si estende da come il cibo è prodotto e coltivato a come è processato, distribuito e consumato; dalle strutture che modellano la fornitura di cibo, a quelle che determinano salute e ambiente; dalle scienze e processi che liberano i potenziali alimentari, alla amministrazione formale e i gruppi di potere che cercano di controllarla; dall’impatto che la dinamica sistemica alimentare ha sulla società, al modo in cui le sue richieste sono concesse nella creazione delle politiche stesse. L’importanza e lo scopo nello studio della food policy, quindi, è di aiutare a dipanare le complesse relazioni tra cibo e questi altri domini di esistenza con lo scopo di rendere ciò che è altrimenti implicito (o nascosto dietro le quinte) più esplicito, aperto e democraticamente spiegabile» (Lang et al., 2009:21-22).
Ora, se la definizione scientifica dell’ambito operativo può essere condivisa – perché lo studio delle dinamiche alimentari serve alla società – gli scopi dichiarati soffrono di una prospettiva utopistica oltre che insostenibile, perché, se si rendessero veramente esplicite certe dinamiche, il sistema non reggerebbe più.
Dunque, visto che nella realtà non si realizzeranno mai questi obiettivi, iniziamo con l’avanzare una prima critica dicendo che l’effetto ultimo di questi studi, ma soprattutto delle soluzioni proposte, è di fare ancora più confusione; infatti, da un lato si puntella meglio un sistema iniquo e dall’altro si gratificano psicologicamente coloro che necessitano di un certo tipo di risposte ai loro dubbi etici.
Ma la definizione di food policy ha dei pregressi: «Il libro di John Tarrant Food policies pubblicato nel 1980 fu uno dei primi libri che tentarono di applicare il rigore accademico all’analisi della corrente linea programmatica alimentare, restando distaccato dal processo di creazione di queste politiche ma chiaramente coinvolto con i problemi dello sviluppo e ambientali. Tarrant, sorprendentemente, a malapena definì la food policy. Il significato è lasciato implicito. La funzione della food policy è propria degli anni 1970: nutrire più persone, equamente e quantitativamente, con una concentrazione sullo sviluppo. Il suo uso del plurale – policies e non policy – nel titolo, sottolinea che gli era chiaro che il cibo è qualcosa che è conteso da interessi in concorrenza. Lui è ugualmente chiaro su cosa include e definisce la food policy: “Due spettri strettamente correlati perseguitano il mondo del futuro: carenza di cibo e carenza di energia. In entrambi i casi la tendenza del consumo mondiale sembra superare la nostra capacità di produrre”» (Lang et al., 2009:33).
Emerge quindi la consapevolezza di una problematica di fondo e se ne deduce il bisogno di creare strutture che confondano la popolazione lasciandola nell’inconsapevolezza di questa drammatica situazione in concomitanza con il mascheramento del violento processo messo in atto per il suo sostentamento. Ed infatti: «L’alleviamento della fame e della povertà è stato il punto principale nella definizione di cosa è la food policy, dando all’obiettivo un senso morale» (Lang et al., 2009:253). Con l’introduzione delle componenti morali, si cerca automaticamente la giustificazione etica ai propri comportamenti.
È chiaro che sostenibilità ed equità sono obiettivi utopici in campo agroalimentare; il fatto interessante è che sia proprio il modello di colonizzazione anglosassone, che ha creato violenze e sofferenze, ineguaglianze, schiavismo, sfruttamento sconsiderato, a partorire idee del genere. La spiegazione, come si è visto, rientra tanto nella necessità di individuare dei meccanismi per pulirsi la coscienza, quanto nella continuazione dell’opera di sfruttamento attraverso la creazione di realtà illusorie per chi è sfruttato. Ma anche parti della stessa società sfruttante necessita di giustificazioni e alleviamenti del dubbio etico per azioni delle quali non ci si vuole assumere la responsabilità. Si mettono così in atto tutta una serie di azioni che non possono avere gli esiti dichiarati perché basate, fondamentalmente, su presupposti aleatori, utopici, o fuorvianti, mentre i soggetti che hanno messo in atto la politica alimentare (seppur fallimentare come vedremo più avanti) si sentono sgravati dalle colpe delle loro azioni. Si troveranno solamente dopo delle scusanti o dei capri espiatori, si farà ammenda pubblica per i fallimenti, quando però altri ne avranno già pagato il prezzo, e così il meccanismo continuerà all’infinito, con un suo equilibrio ed una sua dinamica.
«La food policy nel 21esimo secolo […] dovrà erogare un sistema alimentare a basso impatto, far convergere i bisogni sociali e culturali della società, aumentare la biodiversità, essere socialmente giusta, contenere e ridurre le malattie correlate alla dieta e così via. Alcuni argomentano che questo può essere fatto all’interno delle esistenti economie capitalistiche; altri che questo richiede un riorientamento delle regole» (Lang et al., 2009:7).
Tutto ciò non può esistere per definizione in termini di vita e di biologia. E non c’entra assolutamente con il tipo di sistema economico che viene messo in atto, né tanto meno con particolari tipi di produzioni che hanno altre funzioni e al massimo rimanderanno il problema per qualche tempo.
«La sfida per la food policy del 21esimo secolo è come indirizzare le diseguaglianze all’interno, tanto quanto tra i Paesi. Una espressione è il movimento per il commercio equo, che cerca di raccogliere il finanziamento che viene ripagato al produttore primario dal consumatore finale. Il commercio equo è una risposta alle realtà alle volte dure del commercio “libero” e dello sfruttamento nel processo lavorativo» (Lang et al., 2009:50).
In realtà è un modo per sentirsi meglio. Il commercio equo non cambia sostanzialmente il sistema del “commercio libero”, non ne scalfisce la forza, ma anzi aiuta la società ad accettarlo, riducendo le tensioni che crea nella società “ricca”.
«Le richieste di salute ecologica pubblica del 21esimo secolo sono per fornire qualità, non solo quantità; per la sopravvivenza a lungo termine del pianeta, non solo nutrire le persone qui ed ora; per percorsi complessi più che semplici tra cibo e salute (malattia); per la giustizia alimentare intra- e inter-sociale» (Lang et al., 2009:143).
Per chiarezza è meglio qui ricordare che la giustizia alimentare e l’equilibrio alimentare sono due cose diverse. La giustizia alimentare è un costruzione etica fittizia, mentre l’equilibrio alimentare è dove si pone la domanda alimentare che viene soddisfatta, rispetto all’offerta di cibo. Il sistema mondo, per l’occhio umano, potrebbe essere fortemente in disequilibrio, ma in termini biologici può essere in equilibrio nel momento in cui le varie specie rimangono in numero costante o in una crescita costante, nonostante ci siano individui che soccombono. Un sistema alimentare in disequilibrio può creare dei dubbi etici nell’uomo (e quindi essere considerato ingiusto) ma non è detto che non sia virtuoso. Tutte le nozioni di giustizia, diritti, sostenibilità, distribuzione delle risorse alimentari sono fortemente fuorvianti anche se hanno un grandissimo valore per capire le dinamiche della società e i rapporti di forza e potere al suo interno.
«Una food policy adeguata al 21esimo secolo deve essere sensibile a questo mondo complesso del comportamento e della cultura alimentare. L’educazione alla salute, come noi abbiamo mostrato in più esempi, può essere iniziata con buone intenzioni ma col piede sbagliato trascurando e sottovalutando la cultura [locale]. La food policy ha molti esempi di buone intenzioni che hanno portato a conseguenze non previste e fallimenti dovuti a insensibilità culturale [nei luoghi di aiuto come il Terzo Mondo]» (Lang et al., 2009:245).
Non si riesce a capire come non ci si renda conto che questi fallimenti ed effetti negativi avvengono non tanto per insensibilità culturale, ma perché vi è stata una distorsione nelle valutazioni, causata da un approccio etico particolare (bias etico): si crede di risolvere problematiche che in realtà sono condizioni fisiologiche della società, con la conseguenza di andare ad alterare un equilibrio (alimentare ed economico, seppur ingiusto agli occhi dell’uomo), cosa che non può dare se non conseguenze indesiderate, anche più gravi della malnutrizione che si voleva andare a risolvere.>>

(Testo tratto dal libro "Il Piatto Piange" di Andrea Meneghetti vedi qui)

sabato 30 giugno 2012

Critica alla FAO

<< Caso studio: critica alla FAO

La FAO (Food and Agriculture Organization of the United Nations), come dice il sito stesso dell’organizzazione, «guida gli sforzi internazionali per sconfiggere la fame. Agendo sia nei Paesi sviluppati che in via di sviluppo, la FAO si comporta come un forum neutrale dove tutte le nazioni si incontrano alla pari per negoziare accordi e dibattere le linee programmatiche e di condotta. Noi aiutiamo i Paesi in via di sviluppo e quelli in transizione a modernizzare e migliorare l’agricoltura, la selvicoltura e la pesca, e assicurare a tutti una buona alimentazione. Dalla fondazione, nel 1945, una particolare attenzione è stata dedicata alle aree rurali in via di sviluppo, che accolgono il 70 percento della popolazione mondiale povera e affamata» (http://www.fao.org/about/en/).
Dai dati che emergono ogni giorno e che troviamo sullo stesso sito della FAO, la fame del mondo non è assolutamente stata ridotta. Anzi è aumentato il numero delle persone che in termini assoluti muoiono di fame, anche perché la crescita numerica della popolazione ha un andamento esponenziale. Se ne deduce che la FAO negli ultimi anni ha sempre fallito i suoi obiettivi.
Emerge il dubbio che queste organizzazioni siano create dai paesi occidentali per esercitare un controllo psicologico sulle popolazioni dei paesi più poveri, nonché per dare a quelle dei paesi ricchi una parvenza di azione mirata a risolvere una realtà drammatica in cui empaticamente si sentono coinvolte.
Quindi, come notano Colombo e Onorati (2009:45), sono continui e ripetitivi i messaggi di soluzione alle criticità del mondo: «Così come le colpe e le assoluzioni, anche le ricette [alle crisi alimentari ed energetiche] sono evocate come dei mantra ipnotici».
Si coinvolgono gli scontenti per far loro credere, ad esempio, che: «il Vertice Mondiale sull’Alimentazione (che nel 1996 impegnava gli stati a dimezzare il numero degli affamati per il 2015), il successivo Summit del 2002 (che fece un amaro punto sui mancati progressi di quell’impegno, ma che poneva le basi per l’adozione di un codice di condotta sul diritto al cibo), la Conferenza sulla Riforma Agraria e lo Sviluppo Rurale di Porto Allegre del 2006 rappresentano tre appuntamenti di grande rilevanza in cui la FAO e la società civile organizzata hanno saputo intavolare un dialogo costruttivo, basato sul riconoscimento dell’autonomia e sull’importanza della partecipazione» (Id., 2009:52). Ma, anche se vi è stata la dimostrazione di un dialogo costruttivo, tutto si è fermato a quello. E così ci saranno tanti altri Summit che cercheranno di trovare risposte a ciò che praticamente non si può risolvere, ma aiuteranno a sopportare le iniquità presenti nella vita e nel mondo.
Per capire il trend delle sempre nuove soluzioni individuate per i problemi atavici della malnutrizione, riportiamo dalla stessa fonte che negli ultimissimi anni – per i vari Relatori Speciali delle Nazioni Unite per il diritto al cibo – la «sovranità alimentare e produzione di cibo su piccola e media scala in chiave agroecologica» sono la soluzione ai problemi agricoli e di accesso al cibo. Questa seppur suggestiva ipotesi non servirà, purtroppo, ad aiutare le popolazioni ed i popoli poveri del mondo; al massimo, se mai verrà messa in atto, servirà nel migliore dei casi ad abbattere l’impatto dell’inquinamento o a posticipare il momento del collasso del pianeta. La funzione precipua è quella di far credere a chi inizia a percepire il collasso del pianeta, o a chi lo sta già subendo, che ci si stia dando da fare.
«Nel contesto delle Nazioni Unite, quel che l’IPC [Comitato Internazionale per la Sovranità Alimentare – organismo che facilita l’emersione dei movimenti che rappresentano i piccoli produttori di cibo] ha ottenuto presso la FAO è rilevante, se si comprende che in tali spazi internazionali dell’ONU i processi richiedono molto tempo. Al movimento indigeno sono serviti più di 20 anni per ottenere l’adozione della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni» (Colombo e Onorati, 2009:241). A parte il fatto che bisognerebbe valutare l’effettiva portata di tutte queste Dichiarazioni che rimangono sulla carta, quello che preme sottolineare è che la lentezza della FAO e dell’ONU è funzionale al non cambiare nulla. Con il tempo chi ha iniziato le sue battaglie e le sue guerre ideologiche smorza la sua foga, invecchia, si demoralizza o si sente appagato, oppure semplicemente muore e avanti così, con sostituti che hanno altre idee e nuovi obiettivi con la conseguenza che il processo ricominci tutto da capo e il mondo mantenga il suo equilibrio tra sfruttati e sfruttatori.
Ed infatti la FAO è permeabile alle esigenze del mercato: «L’influenza della GDO comincia ad emergere anche nella FAO quando scrive che “il contract farming [i contratti di coltivazione, N.d.A.] ben organizzato sembrerebbe offrire uno strumento importante attraverso il quale i piccoli produttori possono coltivare in una forma commerciale. Similmente, offre agli investitori l’opportunità di garantire una fonte affidabile di fornitura, sia sotto il profilo della qualità che della quantità”. Sono gli stessi Stati membri a raccomandare formalmente un impegno della FAO a sostenere questa modalità di produzione e distribuzione nel corso delle conferenze regionali della FAO in Medio Oriente o in Europa. La GDO diviene così un nuovo commensale alla tavola della global governance su agricoltura e alimentazione» (Id., 2009:252-253).
I gruppi privati collaborano con i governi per indirizzare le politiche della FAO e cercare nuovi sbocchi di mercato stimolando il consolidarsi di triangolazioni fra agenzie intergovernative, grandi corporation e fondazioni filantropiche, come le fondazioni Gates, Rockefeller, Sygenta o Clinton, che contribuiscono a forgiare le politiche agricole governative e intergovernative ponendo particolare enfasi sull’impulso alle tecnologie agricole. È chiaro, visto che non ci sarà mai la risoluzione del problema della fame nel mondo, che queste azioni sono portate avanti in funzione di guadagni personali, anche se abilmente mascherati. Infatti «l’altruismo filantropico a vantaggio degli affamati si costruisce investendo nell’azionariato del junk food: l’abbattersi della crisi finanziaria ed economica anche su questi magnati e sulle loro operazioni umanitarie ha infatti spinto la fondazione Gates a reagire con una strategia anticiclica di diversificazione degli investimenti, incrementando la sua partecipazione in McDonald’s dai 4,9 milioni di azioni del mese di settembre 2008 a 6,4 milioni a dicembre, aumentando anche la quota in Coca Cola da 1,7 a 5,7 milioni di azioni» (Id., 2009:254).
Con il grimaldello di una filantropia opportunista, si conquista la possibilità di entrare su nuovi mercati.
Ma proprio per sottolineare come i governi influenzino e facciano pressioni sulla FAO a prescindere da tutte le Dichiarazioni, le riunioni ed i convegni con le parti più deboli il passaggio seguente è molto esplicativo: «La nota formale indirizzata al Direttore Generale della FAO da Canada, Australia, Giappone, Inghilterra, USA e Germania il 4 aprile 2006 gli ricorda in modo poco cortese o diplomatico che loro, come “principali paesi donatori” esprimono “forti raccomandazioni” sul ruolo della FAO... […] In effetti, le discussioni tra gli stati per ridisegnare la FAO del futuro attraverso la riforma delle sue strutture e del suo mandato fondamentale (combattere la fame e la povertà attraverso il miglioramento delle condizioni di vita economiche e sociali di coltivatori rurali più poveri), testimoniamo il tentativo di un gruppo di paesi donatori di dotarsi degli strumenti di governo del Pianeta» (Id., 2009:256-257).
Dal sito ufficiale dell’organizzazione, riportiamo anche che la FAO sostiene come impegno fondamentale «garantire a tutti la sicurezza alimentare per assicurare alla popolazione un accesso regolare ad alimenti sufficienti e di buona qualità per una vita attiva e sana» ed inoltre che «il mandato della FAO è di elevare il livello di nutrizione, aumentare la produttività agricola, migliorare la vita delle popolazioni rurali e contribuire alla crescita dell’economia mondiale».
Le campagne dichiarate della FAO sono sempre fallite o non sono mai state messe in atto? Rispondiamo che la vera funzione della FAO è stata quella di mantenere in equilibrio l’economia di sfruttamento posta in atto nei vari paesi, riducendo le rivoluzioni e le sommosse popolari cruente che vanno a ridurre le potenzialità economiche del sistema mondo. In più, nei paesi ricchi, è servita come strumento di lavaggio della coscienza per le malefatte compiute. Le varie assemblee e riunioni fatte nel mondo, con dibattiti falsamente democratici, hanno funzionato da ricettacolo delle rabbie represse e delle frustrazioni dei popoli deboli ed affamati, ma in realtà i giochi sulla loro pelle venivano fatti altrove.>>

(Testo tratto dal libro "Il Piatto Piange" di Andrea Meneghetti vedi qui)

domenica 15 aprile 2012

Spreco alimentare e perdita fisiologica 4/4

Con questo post finiamo la carellata sulla trattazione dell'argomento dello spreco alimentare.

<<  Caso studio: modello Last Minute Market

Questo modello lo consideriamo una delle forme di “scarico” psicologico nel caso etico di spreco alimentare ed ha una precisa origine: «[…] è stato studiato all’Università di Bologna e ha come referente capofila il Professor Andrea Segré della Facoltà di Agraria. Lastminutemarket.org nasce nel 2003 ed è una società partecipata dall’ateneo di Bologna e da nove ex studenti. [Il sistema] elaborato dall’ateneo di Bologna si basa sul riutilizzo delle eccedenze alimentari a “chilometro zero”, cioè si cerca di utilizzare questi alimenti in una struttura poco distante da dove è stata donata. Questo modello, che ha una quarantina di applicazioni in tutta Italia, consente anche a chi ha prodotto l’eccedenza di migliorare il risultato economico in quanto riduce i costi per lo smaltimento dei rifiuti» (Craighero, Corriere della sera, 08 aprile 2008).
«In Italia, secondo il Professor Segré, si potrebbero riuscire a salvare, in un anno, 244,252 tonnellate di cibo per un valore di quasi un miliardo di euro, fornire 3 pasti al giorno a 636.600 persone con risparmio di 291.393 delle tonnellate di CO2 prodotte a causa dello smaltimento del cibo che diventerebbe altrimenti rifiuto» (Rita Querzè, Corriere della Sera, 04 gennaio 2010).
Viene messo in evidenza che il modello a chilometri zero presenta il vantaggio di evitare altre manipolazioni per il recupero del cibo, così da abbattere il costo più alto che è quello della manodopera. Inoltre, visto che il prodotto non viaggerà per lunghe distanze, avremo anche un basso impatto ambientale.
Vi è quindi la ricerca di soluzioni che riducano lo spreco, che diano oltre all’equilibrio economico, anche una giustificazione di tipo morale per un ricercato “equilibrio” di tipo psicologico.
«“Allora non capivo bene, ero ancora un bambino. Eppure tutto quell’arancione e quel rosso... mi chiedevo: come è possibile che si distruggano degli alimenti? Perché buttare via, anzi distruggere, dei prodotti che si potrebbero mangiare? […] Fin dai primi anni ‘70 quando ero un bambino – racconta il Prof. Andrea Segré – mi sono impressionato davanti alle montagne di agrumi interrate da grandi bulldozer. Poi quando, da studente, nel 1989 iniziai a studiare le aziende agricole cooperative mentre ero in Germania dell’Est, mi domandai come potevo intervenire nell’agricoltura sociale con un sistema virtuoso che recuperi le eccedenze alimentari trasformandole non solo in risorse, ma anche in “beni relazionali”. È da questi interrogativi e studi che è nato il modello di ricerca Last Minute Market (LMM)” [...]» (Craighero, Corriere della Sera, 08 aprile 2008).
Da questa intervista rilasciata dal Prof. Segrè, ideatore del Last Minute Market, deduciamo il processo etico che ha portato allo sviluppo dei suoi progetti. Anche in questo caso troviamo un fattore scatenante che impressiona l’osservatore influenzando la sua percezione della situazione tramite uno stimolo dei recettori sensoriali: il colore.
Il meccanismo può essere messo in relazione, con un  parallelo, con il colore delle carni (rosse), elemento che influenza fortemente i vegetariani nella loro percezione della sofferenza dell’animale; il conseguente disagio psicologico provoca quindi la ricerca di una soluzione.
Nel caso di Segré la risposta al problema è stata formulata nella creazione del progetto LMM che, oltre a dare un “sollievo” psicologico a tutta la serie dei vari operatori coinvolti, ha una fortissima valenza dal punto di vista della pax sociale. È forse proprio quest’ultima la ragione per la quale questo sistema di recupero delle eccedenze funziona. Infatti, il disagio etico del singolo non è necessariamente correlato ad una esigenza della società o ad una sostenibilità economica, ma la soluzione può, come in questo caso, implicare un comportamento legato ad un problema che la società esprime. In altre parole, le eccedenze sono una realtà produttiva che può dare dei problemi economici e ambientali; la ridistribuzione, fatta in questa forma, ha più che altro una valenza sociale, economicamente sostenibile per le modalità utilizzate e importante elemento di equilibrio psicologico per il soddisfacimento dell’etica alimentare.
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Pensare di riuscire a “trasferire” le eccedenze e le sovrapproduzioni nei paesi affamati (ad esempio le arance ed i pomodori dall’Italia all’Africa) è una sciocchezza, oltre che un’utopia; la raccolta, la trasformazione e soprattutto il trasporto dei prodotti alimentari hanno dei costi altissimi e quindi questa soluzione è improponibile per due ragioni:
- c’è un impiego di energie necessario al trasporto ed all’eventuale trasformazione (per impedire il deperimento del prodotto) che deve essere pagato da qualcuno, e se quello sforzo non è coperto economicamente, non si sposta nulla;
- questa è un’ulteriore attività umana che produce inquinamento per trasportare del materiale che non da nemmeno reddito.
Del resto chi produce il prodotto alimentare, lo consuma e lo scambia, e gli altri non possono far altro che stare a guardare.
È impossibile recuperare tutto, quindi, ma dal punto di vista economico dobbiamo considerare che, per recuperare del cibo, certe volte il consumo è superiore al beneficio.
E poi, chi pagherebbe questo sforzo? Teoricamente dovrebbe farlo chi consuma, ma molte volte il destinatario del bene recuperato non è in grado di pagare o di agire per quella funzione: poveri, disadattati, anziani non autosufficienti. Fuori dall’utopia del credere di poter recuperare tutto, il vero problema è il costo della manodopera e del trasporto.
L’idea di poter recuperare ogni cosa soprattutto in campo alimentare è illusoria. L’alimento, più di ogni altro prodotto commerciale, è soggetto a deperimento e questo può portare anche a problemi nella salute dell’uomo.
Nelle campagne di sensibilizzazione contro lo spreco alimentare si instaurano anche dei cortocircuiti culturali, infatti alle volte si incitano i cittadini a consumare anche prodotti scaduti o cercare di recuperare alimenti non completamente edibili o che hanno iniziato un processo di decomposizione “per non sprecare”. Questo è contro le regole basilari della sicurezza alimentare. Anche se la maggior parte delle volte non hanno conseguenze, questi comportamenti possono creare dei rischi per la salute, principalmente di tipo microbiologico (intossicazioni, infezioni, parassitosi ecc.) ma anche di tipo chimico (ad esempio consumando matrici biologiche ossidate e irrancidite che introducono anche radicali liberi) per le alterazioni subite dai cibi. >>

(Testo tratto dal libro "Il Piatto Piange" di Andrea Meneghetti vedi qui)

sabato 14 aprile 2012

Spreco alimentare e perdita fisiologica 3/4

<< Chiarito che le eccedenze sono qualcosa di fisiologico, per assurdo anche in società povere, non è detto che queste siano senza conseguenze o che non vadano considerate. Le domande da porsi ora sono: Chi paga le eccedenze? Nel prezzo di vendita praticato agli alimenti, deve essere compreso anche lo smaltimento dei rifiuti? Chi paga lo smaltimento delle eccedenze (tassa rifiuti e raccolta)?
È più giusto far pagare un sistema di riutilizzo delle eccedenze ai consumatori o pretenderlo dai produttori? L’impatto delle eccedenze quando diventano rifiuti – in termini di anidride carbonica, trasporti, inceneritori ed eventualmente anche dell’utilizzo di manovalanza sfruttata – va fatto pagare di più?
Capiamo, prima di tutto, che l’esigenza economica di ridurre gli sprechi sta principalmente nel fatto che il cibo è un bene limitato e va allocato nel miglior modo possibile. Il secondo punto è che, se non ben allocato, il cibo da risorsa diventa rifiuto che come conseguenza ha un costo per il suo smaltimento ed un impatto di tipo ambientale.
Quindi il riutilizzo delle eccedenze comporta un costo e bisogna capire da chi e come può essere pagato.
Una  proposta fatta da molti è che sia pagato, con una piccola maggiorazione del prezzo, dal consumatore. Questa soluzione può essere valida, ma funziona solo se fosse una imposizione coercitiva, tramite una imposta comunale, regionale, o statale. Anche se alcune storture del sistema nascono proprio da una eccessiva richiesta di varietà da parte del consumatore, colpendo in maniera indiscriminata chi consuma si finirebbe col colpire anche i virtuosi. E poi, su quali prodotti applicare queste imposizioni? Il pane, come alimento base, ha un impatto ambientale e di costi energetici produttivi ben inferiore di uno yogurt o di una merendina, perché non ha imballaggi, deriva direttamente dalla materia prima grano, ha pochi ingredienti, viene venduto nella maggior parte dei casi nel luogo di trasformazione della farina. E l’obiettivo non è colpire le fasce deboli, quanto, invece, favorirle.
Un’altra soluzione, che forse potrebbe dar luogo a fenomeni di tipo virtuoso, è agire in termini di normativa fiscale:
- introdurre una tassa di smaltimento rifiuti in base a ciò che si conferisce e  non ai metri quadrati di superficie dei negozi;
- applicare sconti sulle tasse dei rifiuti in base a quanto consegnato alle associazioni no-profit;
- ridurre il costo del lavoro per i dipendenti dedicati ad un servizio di selezione e recupero degli alimenti (il costo della manodopera ha un’altissima incidenza in questi casi).
La necessità di un intervento anche amministrativo, in termini di azioni contro lo spreco, si giustifica anche nella riduzione di emergenze sanitarie (come quelle avvenute a Napoli dove non veniva più raccolta l’immondizia e non c’era la raccolta differenziata).
L’ipotesi appena richiamata, favorire lo smaltimento dei rifiuti con leva di tipo fiscale, è ascrivibile al campo della qualità della vita e della sanità pubblica che in ultima analisi va ad influenzare tutti.
La tensione verso comportamenti di salvaguardia dei prodotti alimentari, che sono limitati in quantità, e di metodi produttivi eco-sostenibili è importante perché si riducono moltissime problematiche.
Le prese di posizione contro lo spreco, essendo mediate da una percezione etica. possono anche essere particolarmente forti per alcune parti sociali come le istituzioni religiose (ad esempio Caritas e Banco Alimentare, Siticibo a Milano ecc.), o universitarie (ad esempio Università di Bologna con il progetto Last Minute Market) o gruppi auto-costituiti (Gas e Gap). Tutte queste realtà hanno diverse ragioni per assumerle: solidarietà, risparmio individuale, minore impatto ambientale, e tutte progettano un sistema che riesca a realizzare i loro obiettivi, che riesca a gratificare la loro etica.
Le soluzioni messe in atto dai vari attori sono dunque molteplici:
- Gruppi Gas (gruppi di acquisto solidale) e Gap (gruppi di acquisto popolare). Agiscono in modo da  comperare solo le quantità necessarie a prezzi più convenienti del supermercato, acquistando grosse quantità tutte in una volta o sotto forma di costanza di approvvigionamento. Come conseguenza c’è meno spreco. Bisogna dire che effettivamente il singolo nucleo famigliare può risparmiare ma bisogna anche considerare che c’è una parte di lavoro che viene fatta sotto forma di volontariato (non remunerato); in altre parole,  il lavoro del dettagliante (assortimento e divisione delle merci), normalmente fatto dai negozi e negozianti, è attuato dai volontari del gruppo.
- Caritas e associazioni umanitarie. Ridistribuiscono le donazioni fatte dai singoli o da enti privati per aiutare chi ha bisogno. Viene recuperata una parte di prodotto alimentare che potrebbe essere gettata o distrutta perché in scadenza o non venduta.
- Last Minute Market e Siticibo. Recuperano prodotti freschi in scadenza o trasformati da poco tempo e li distribuiscono a chi ne ha bisogno o ne ha fatto richiesta.
È importantissimo sottolineare, fin da subito, che l’unica cosa che garantisce a queste iniziative di funzionare è una sostenibilità economica e non ci sono ragioni filantropiche che tengano, anche le più alte, che possano prescindere da questo presupposto. In altre parole, queste attività devono avere una copertura di tipo economico, inserite in un determinato quadro produttivo, per riuscire a produrre fenomeni virtuosi e non rimanere desideri scritti sulla carta che nascono per giustificare un disagio etico.
La condizione sine qua non della sostenibilità economica può essere quindi raggiunta anche con un intervento della autorità pubblica. Le funzioni sociali per cui uno Stato deve e trova conveniente intervenire su questa materia sono:
1- risparmio nei costi di smaltimento rifiuti
2- ridotto impatto ambientale (meno discariche)
3- ridotte spese di assistenza sociale
4- mantenimento della “pax sociale” tramite la distribuzione gratuita o a prezzi di favore di cibo. Si tratta di uno strumento antico: «Nella Roma di Augusto il grano era distribuito gratuitamente a 200 mila cittadini residenti e anche nella Costantinopoli bizantina si mantenevano alcune eredità romane, come la cottura del pane in panetterie “statali” e la distribuzione economica o addirittura gratuita agli aventi diritto» (Colombo e Onorati, 2009:44).
5- mantenimento della biodiversità sociale.
Anche la GDO inizia a trovare conveniente donare i propri prodotti inutilizzabili o in scadenza: «Recentemente le grandi aziende alimentari hanno iniziato a supportare sistemi di beneficenza e hanno aiutato ad istituzionalizzare le donazioni dei surplus o dei cibi invendibili» (Lang et al., 2009:266-269). Secondo Lang, queste sono delle soluzioni (risolutive) alla povertà e alla carenza nutrizionale.
L'approccio per questo libro è chiaramente differente da quello del professor Lang, in quanto non si crede assolutamente che questi problemi di distruzione dei surplus potranno mai essere risolti, ma si considerano strutturali della società. Le soluzioni di cui sopra sono enunciate da varie istituzioni per un fatto di gratificazione etica, per allontanare il disagio psicologico e continuare a far credere che si possa fare e si stia facendo qualcosa.>>

(Testo tratto dal libro "Il Piatto Piange" di Andrea Meneghetti vedi qui)

venerdì 13 aprile 2012

Spreco alimentare e perdita fisiologica 2/4

<< Caso studio: lo spreco del pane a Milano e il surplus produttivo

Tempo fa, all’inizio del 2010, sul Corriere della Sera, si è acceso un dibattito sul fatto che ogni giorno a Milano vengono gettati via 180 quintali di pane (Rita Querzè, Corriere della Sera, 03 gennaio 2010).
Introdurre la polemica sul pane a Milano come esempio è interessante per il fatto che ci sono situazioni più o meno cicliche (come gli scossoni di tipo economico) che acuiscono la percezione dello spreco.
Gli alimenti gettati e non riutilizzati sono di moltissimi tipi, però l’attenzione si è concentrata sul pane che effettivamente rappresenta un alimento particolare, per più aspetti. Prima di tutto, anche se forse non è la ragione più importante, il pane è un elemento della sacralità religiosa cattolica (ostia) che molto probabilmente diventa così importante perché, nei periodi della formazione della liturgia, il pane rappresentava un bene fondamentale per la vita. Il pane anche in tempi più recenti ha rappresentato una delle forme più importanti di sostentamento e quindi viene rappresentato neuralmente e percettivamente in un modo particolare.
Il pane è dunque un emblema dell’alimentazione anche se, in realtà, non è più così importante sia per le quantità consumate giornalmente, sia per la quota di reddito spesa per acquistarlo nei nostri giorni.
Attorno a questo alimento, in Italia si è stimolata una serie di riflessioni e dibattiti su come poter ridistribuire le eccedenze che spesso diventano un rifiuto. E proprio per la sua natura il pane non consumato, e quindi gettato, viene percepito come sprecato, quasi un delitto per alcuni, soprattutto per le generazioni che hanno vissuto i periodi delle guerre mondali e quelli successivi, molto difficili dal punto di vista economico. Interessante che questo tipo di percezione, sul pane e sul cibo in generale, si riscontra anche nelle persone che sono migrate da paesi piuttosto poveri o dove la ricerca del cibo per il proprio sostentamento è una battaglia quotidiana. Appare quindi chiara la formazione di una struttura neuronale che implica una percezione particolare derivante da un’esperienza pregressa e quindi impone un’abitudine comportamentale.

Per proseguire nell’analisi ci sono ora da fare altre considerazioni:
1) Le ditte che gettano il pane (soprattutto panifici e supermercati) per un surplus produttivo sono comunque in attivo economico. Questo surplus è una conseguenza delle economie di scala produttiva, ma nasce anche per esigenze di presentazione del prodotto: esposizione di varietà e quantità invogliano il consumatore a comprare mostrando abbondanza nella possibilità di scelta;
2) Ci sono degli alimenti, tra quelli eliminati, che “costano di più” rispetto al pane in termini di spreco. Questo è interessante perché lo spreco non viene percepito nella stessa maniera tra i diversi tipi di prodotto alimentare; in altri termini, se viene gettato, il pane fa più clamore di altri tipi di prodotto. Questa situazione giustifica, tra l’altro, l’impianto teorico di questo libro basato sulla percezione degli alimenti e dell’etica che ne deriva sugli stessi. Ad esempio, per prodotti che fanno meno clamore se vengono gettati, si possono richiamare le carni (che oltre ad aver consumato sostanze nutritive ed acqua per la loro produzione derivano anche dall’uccisione dell’animale) o i prodotti confezionati con imballaggi come i latticini freschi (un esempio è lo yogurt in vasetto di plastica che, oltre a comportare problematiche produttive simili alla carne, ha anche un imballaggio che deve essere eliminato contestualmente).
3) Nessuno vuole avere il prodotto pane per trasformarlo in qualcos’altro. Il prodotto, per la sua eterogeneità, non può essere utilizzato per altre produzioni come la mangimistica ma, nel contempo, il costo della manodopera per il recupero dello stesso supera di molto il possibile ricavo del bene derivato. Una delle uniche forme di riciclo, tra l’altro parziale, è la donazione a enti di solidarietà sociale.
Fatte queste tre considerazioni, non rimane che ricordare come i filosofi e pensatori del nostro tempo ci riempiano di considerazioni pseudoscientifiche, ma dallo sfondo morale, sul fatto che il pane non deve essere sprecato, stravolgendo la realtà ma gratificando l’esigenza di auto-mortificazione per un comportamento che ci appartiene e che in questo modo si cerca di espiare. Questi pensieri, diffusi dai media, portano tutti verso quella che potremmo definire la “negazione del surplus produttivo” e questi interventi non riguardano, naturalmente, solo il pane.
La negazione del surplus produttivo non è un atteggiamento vitale ed è la conferma che viviamo, nel mondo sviluppato, in un momento di decadenza nel quale non riusciamo più a capire molte delle dinamiche che hanno portato al benessere economico in cui viviamo o abbiamo vissuto.
È chiaro che la maggior parte di chi spreca il cibo non ha conoscenza della fatica e delle risorse che si hanno per produrlo. Ad esempio la maggior parte delle giovani generazioni che alle volte ignorano addirittura l’origine degli alimenti. Ma il surplus produttivo non può essere negato o combattuto ideologicamente (come ad esempio può esserlo la richiesta di vietare la distruzione delle derrate in eccesso che avviene per il mantenimento dei prezzi di mercato, o dichiarare che gettare il cibo è sbagliato o persino fuorilegge); solo chi ha un surplus o le popolazioni che possono produrlo possono destinare parte della popolazione a fare lavori più raffinati che producono gratificazioni sia materiali che intellettive e aumentano gli spazi e le dimensioni della vita.
Naturalmente non possiamo negare che, nel contempo, le maggiori possibilità di vita di alcuni comportano lo sfruttamento di molti altri. Ricordiamo però che il surplus produttivo, derivato dalla scoperta delle Americhe, accelerò la rivoluzione industriale che investì il vecchio continente. La maggiore quantità prodotta a seguito dell’introduzione di nuove colture (patate, mais, pomodori), unita a quella portata dall'America, determinò una crescita dell’offerta di cibo tale da richiedere maggiori infrastrutture e migliori tecnologie di lavorazione da un lato, ma anche la destinazione della forza-lavoro verso la soddisfazione di altre esigenze che nascevano dalla maggiore disponibilità di tempo di fasce di popolazione sempre maggiori. Dalla maggiore disponibilità energetica e nutrizionale sono derivati lo sviluppo di capacità intellettive e la scoperta di nuove soluzioni tecniche.
Senza il surplus produttivo della nostra società, nemmeno queste riflessioni sarebbero nate. Non ci sarebbe stata la possibilità di investire tempo, energie, fatiche intellettive per la creazione di una prospettiva emancipativa, non schierata e caratterizzata dalle facili conclusioni e argomentazioni del flusso informativo di massa. >>

(Testo tratto dal libro "Il Piatto Piange" di Andrea Meneghetti vedi qui)

giovedì 12 aprile 2012

Spreco alimentare e perdita fisiologica 1/4

Si riporta ora la prima parte di una serie di interventi sullo spreco alimentare che è uno degli argomenti principali che hanno portato alla scrittura del libro "IL PIATTO PIANGE".
Bisogna infatti essere stufi di sentire dire sempre certe frasi di circostanza, soprattutto da enti che si definiscono scientifici.
Per comprendere appieno il fenomeno, è necessario avere un approccio completamento evoluto e razionale, sempre che lo si voglia avere. E' importante anche e soprattutto per coloro che vogliono vivere in equilibrio con se stessi e non farsi rovinare la qualità della vita per seguire movimenti culturali retrogradi, emozionali e poco evoluti.
A causa della complessità e della lunghezza dell'argomento, si divide la trattazione del passo del testo in quattro parti.

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Lo spreco e la “perdita fisiologica”

È giunto il momento di parlare di uno dei casi etici che maggiormente influenza l’opinione pubblica: lo spreco dei prodotti alimentari ancora commerciabili, commestibili e/o edibili che vengono gettati dalle varie forme distributive, ma anche lo spreco alimentare che avviene nel consumo casalingo.
Molte delle ragioni etiche che sostengono la “lotta allo spreco” riguardano il fatto che con i cibi gettati, ritirati dal commercio e distrutti si potrebbero nutrire moltissime persone bisognose o che addirittura muoiono di fame, vicino a noi o in altre aree delle terra. Inoltre, si dice che sprecare il cibo “non è bene”. Questa è chiaramente una visione fortemente etica della situazione ma che non ne fa trasparire le ragioni profonde, cioè non ci spiega perché “non è bene”, cosa ci sia di sbagliato.
Per iniziare questa analisi, bisogna fare un passo indietro e porci le solite domande etiche:
Perché bisogna salvare il maggiore numero di persone? Riguarda il fatto che, per una questione ancestrale, vogliamo salvaguardare la nostra popolazione di riferimento?
Perché non bisogna sprecare il cibo? Inconsciamente pensiamo che prima o poi possa servirci?
Posti questi punti, cerchiamo di capire la differenza tra ciò che può essere considerato eccedenza ed invece ciò che può essere considerato spreco.
L’eccedenza è quella quota di produzione che non serve ad una determinata popolazione o gruppo famigliare e che, nel caso degli alimenti, diventa un rifiuto con costi per lo smaltimento (quindi non è solo un problema che riguarda altri che muoiono di fame).
Quando, dall’altro lato, cerchiamo di definire che cosa sia da considerarsi spreco, non solo non troviamo un’univoca definizione, ma anche una diversa percezione dello stesso; in generale, potrebbe essere comunque definito come un’eccedenza che viene gettata o lasciata deperire, quindi connessa ad una non ottimale allocazione delle risorse.
La domanda alla quale rispondere ora, potrebbe essere: perché uno stesso comportamento alimentare (ad esempio, lasciare mezzo panino nel piatto), per un soggetto è spreco e per un altro non lo è? Difficile rispondere in poche parole; sicuramente, però, i soggetti credono di agire o pensare in modo corretto (almeno nei propri confronti) e una scelta o l’altra non è da considerarsi, in termini assoluti, sbagliata. Chi vede il mezzo panino lasciato nel piatto a fine pasto come uno spreco potrebbe aver ragione in quanto poteva essere utilizzato da qualcun altro per sfamarsi, mentre chi non ha finito il panino potrebbe averlo fatto per ragioni di salute o caloriche. In effetti, costringersi a mangiare anche quando si è raggiunta la sazietà, per paura di sprecare, è un comportamento che a lungo andare può portare anche a problemi di salute come sovrappeso, obesità, malattie cardiovascolari ecc.
Bisogna quindi introdurre il concetto di “perdita fisiologica” dei prodotti alimentari.
Negli atti produttivi di coltivazione, raccolta, trasporto, trasformazione, distribuzione e poi nel consumo degli alimenti, una perdita avviene sempre e comunque, per la natura stessa dei prodotti (deperimento, insudiciamento degli stessi ecc.) Vanno poi considerati le rimanenze nei recipienti, gli errori di preparazione, le fermentazioni che riducono la quantità disponibile o impediscono il consumo dei cibi.
Inoltre una certa quota di alimento viene persa a seconda di come viene impostata, progettata ed implementata la catena agroalimentare. Gli agenti che influenzano e determinano questa struttura sono lo Stato e le sue leggi, le catene distributive, le amministrazioni locali e le regole per lo smaltimento dei rifiuti, le industrie e le organizzazioni delle stesse, i finanziamenti e i contributi alle produzioni ed al riciclo, gli sgravi fiscali su determinate forme di riciclo. A seconda degli enti pubblici, delle industrie, delle catene distributive, delle associazioni, delle regole, in uno Stato esiste una certa situazione più o meno dinamica in merito alla gestione delle eccedenze alimentari. Per dare due estremi: da un lato ci sono dati che indicano che il 40% del cibo U.S.A. viene gettato e dall’altro ci sono organizzazioni in Italia che riescono a gestire la riduzione della quota gettata di alimenti tramite la redistribuzione dell’eccedenza prima che essa diventi rifiuto.
L’altro aspetto da considerare è che lo spreco va percepito come tale. Agli occhi di alcuni c’è “spreco” se componenti alimentari sono destinate a rifiuto, mentre per altri è assolutamente il contrario. Analogamente, ci sono famiglie che tengono il televisore o le luci sempre accese, anche in casi di non particolare ricchezza: per alcuni questo è uno spreco in termini economici, per altri è uno spreco in relazione all’impatto ambientale che quel comportamento determina, ma altri ancora non lo rilevano come spreco: lo stesso identico comportamento può essere valutato in maniera diversa, a seconda del grado percettivo dell’osservatore.
Possiamo quindi individuare il motivo per cui sul cibo, forse per un condizionamento ancestrale (presente nei nostri geni), la sensazione di spreco si fa marcata: c’è una maggiore percezione dello spreco perché il cibo è necessario al nostro sostentamento.
Se abbiamo considerato la creazione di rifiuti alimentari da parte dell’industria, della grande e piccola distribuzione, dei dettaglianti e degli artigiani alimentari, dobbiamo dunque considerare anche il consumatore finale ed i suoi stili di vita, valutando le ragioni per le quali egli getta un alimento. Le ragioni sono sostanzialmente riconducibili a queste:
- acquisto eccessivo (magari per aver ceduto alle offerte o approfittato degli sconti quantità dei negozi e dei supermercati, nelle loro ben congegnate campagne pubblicitarie);
- acquisto errato;
- prodotto andato in scadenza;
- prodotto andato a male;
- prodotti non gradito;
- prodotto danneggiato a seguito del trasporto o per altre cause che ne rendono inopportuno il consumo.
Per completezza, una parte del fenomeno “rifiuti alimentari” va ascritto al fatto che lo stile di vita è cambiato negli anni e nelle famiglie, che i single hanno sempre meno tempo da dedicare alla preparazione dei pasti e che non c’è più l’abitudine di recuperare gli avanzi. Quindi il fattore “tempo” ha una grande influenza sulla quantità ed il tipo di prodotto che viene acquistato.
Senza indugiare su riflessioni sui rapporti tempo disponibile–tipo di attività lavorativa– reddito, si può capire che chi ha un reddito elevato può acquistare cibi che hanno una maggiore convenience o alto contenuto tecnologico, ad esempio un pasto già pronto. Questi cibi hanno, molto probabilmente, un più alto costo ambientale, anche se non è detto che ci sia una maggiore quantità di rifiuto alimentare. Dall’altro lato, molti soggetti a reddito basso, pur non avendo tempo, comprano prodotti poco costosi con il rischio che questi vengano poi gettati perché non buoni dal punto di vista organolettico e difficilmente riutilizzabili.
Da analizzare ci sono anche le abitudini di consumo. Quando le situazioni economiche e sociali cambiano, costringono i consumatori a cambiare abitudini. Negli ultimi anni, a seguito delle crisi finanziarie, dell’aumento della popolazione mondiale, della tensione sui prezzi dei prodotti alimentari, la competizione per gli spazi agricoli tra chi vuole produrre derrate agricole o biocarburanti, si sono introdotte campagne per un consumo alimentare più consapevole. Questa necessità di “riformulare le menti” della gente e cambiarne le abitudini alimentari è cruciale, perché, se non si sta attenti, non ci saranno risorse neanche per le fasce medie della popolazione e, per assurdo, neanche per quelle più ricche se la tensione sul reperimento delle fonti alimentari si facesse troppo alta. Tutto ciò sia per quel che riguarda la disponibilità di cibo ma anche (soprattutto) per i problemi di inquinamento ed eco-sostenibilità della vita sul pianeta. In poche parole, si fa sapere alla fascia ricca o media che deve iniziare a recuperare modalità di consumo ormai dimenticate per mantenere lo standard di qualità della vita al quale si è abituata.
Le risposte a queste campagne mediatiche si sono tradotte in nuove tendenze alimentari:
 - Richiesta della produzione di tipo biologico, sia in ristorazione collettiva che per il consumo privato.
- Richiesta di prodotti definiti a “km zero”.
- Indirizzamento della popolazione sull’acquisto di prodotti stagionali.
- Riscoperta della modalità di recupero degli alimenti.
- Ridefinizione delle diete indirizzate alle giuste scelte nutrizionali e riduzione del consumo di carne e grassi a favore di frutta e vegetali ricchi in fibre.
- Creazione dei gruppi d’acquisto.
- Richiesta di prodotti freschi e non trattati.
- Coltivazioni di orti privati e anche su suoli comunali e nelle scuole.>>
(Testo tratto dal libro "Il Piatto Piange" di Andrea Meneghetti vedi qui)

Risposte comportamentali ai dubbi etici alimentari

I casi etici nella catena alimentare sono pittosto vari. Ognuno di noi cerca di trovare una risposta in equilibrio con la propria percezione dell'intorno:
<<Di seguito presentiamo un interessante elenco di possibili risposte comportamentali ai dubbi etici alimentari (anche mediate da bias) che coinvolgono la persona e la sua dieta:
Ecotariani: «“Ecotariani” è il neologismo che è stato coniato per definire consumatori che pensano all’impatto ambientale. Il termine indica tutti quegli individui che si nutrono esclusivamente di cibi sostenibili, prodotti cioè in modo del tutto ecologico con una particolare attenzione alle fonti energetiche. Il motto degli ecotariani è mangiare senza danneggiare l’ambiente; ciò, declinato nella spesa quotidiana, vuole dire acquistare ingredienti prevalentemente organici, possibilmente prodotti non lontano da casa, e non mangiare carne. Quello che conta per gli ecotariani è infatti capire la storia che c’è dietro ogni singolo ingrediente e quale quota di inquinamento esso produca nel processo di produzione (Zuppello, 2008)» (Franchi, 2009:172). Va sottolineato che questi comportamenti nascono da un Bias etico con conseguente riduzione degli spazi e dell’espressione personale.
Urban Farmers: è una forma di rispetto per l’ambiente mediato dal principio di autarchia alimentare, dove si cerca di produrre da soli ciò che serve. Nonostante l’aspetto ricreativo che è molto positivo (soprattutto per chi ne ha bisogno per vivere bene), c’è da valutare invece quanto  sia davvero efficace questo tipo di comportamento soprattutto in termini economici. «Le esperienze di coltivazione di piccoli giardini per l’autoconsumo si diffondono nelle grandi città come Milano, Roma, New York. Anche se talvolta alla fine dell’esperimento la cifra spesa per organizzare il proprio piccolo orto domestico eccede quella per l’acquisto dei prodotti…» (Franchi, 2009:180). Queste esperienze servono proprio per una soddisfazione personale e anche dal punto di vista dell’impatto ecologico non è detto che ci sia una vantaggio per l’ambiente. In ogni caso, l’attività fisica e il contatto con altre persone hanno una funzione sociale e fisiologica altissima. Inoltre consente il consumo di prodotti che non derivano dalla distribuzione organizzata e danno perciò al soggetto un forte gradimento psicologico. Tra le risposte comportamentali riportate in questo elenco, questa è una di quelle che manifesta il minore Bias etico.
Freegans: è un movimento di origine Newyorkese nel quale i seguaci «[...] raccolgono abiti e cibo e vivono con quello che gli altri scartano» (Ibidem). Quindi, per prima cosa ci deve essere qualcuno che produce per loro, il che renderà il fenomeno di limitata entità. In questo comportamento si possono leggere due aspetti: c’è un’ansia per le cose buttate, la paura del perdere il passato, ma forse (più importante) c’è la percezione dello spreco che si lega anche ad un disagio sociale. Il problema è che la risposta comportamentale è mediata da un bias etico: «[...] i freegan sono persone che, per protesta contro una società che considerano eccessivamente consumistica, vivono di ciò che tutti gli altri scartano, recuperandolo dai cassonetti[...]» (Margherita Fronte, Corriere della Sera, 09 gennaio 2011). Non va dimenticato però il fatto che, come dice una microbiologa nello stesso articolo, «nell’immondizia c’è di tutto e gli alimenti possono venire in contatto con sostanze chimiche nocive e microrganismi patogeni. Queste contaminazioni non si vedono a occhio nudo e possono benissimo essere presenti anche in cibi apparentemente integri». Il bias etico, condito anche da una buona dose di ignoranza nella materia specifica, fa compiere delle sciocchezze. Non è detto comunque che qualche soggetto particolarmente capace non possa riuscire a vivere in questo modo, chiaramente andando incontro a dei grossi rischi. Non va dimenticato che in queste scelte di vita ha un grande importanza il senso di appartenenza al gruppo che si comporta nella stessa maniera e condivide la stessa etica.
Vegetariani «sono coloro che aboliscono dalla dieta quotidiana carne e pesce assumendo le proteine dal consumo di prodotti derivati da animali vivi come uova, latte, formaggi» (Franchi, 2009:86).
 I Vegani «evitano tutti gli alimenti di origine animale, miele compreso, e assumono le proteine dai legumi integrandole con prodotti che garantiscono la vitamina B1» (Ibidem).
Vegetaliani sono definiti i vegetariani che eliminano «anche il consumo di uova e derivati del latte, il che, nella sua forma più rigida, comporta la cancellazione dalla dieta anche di quegli alimenti che hanno ingredienti di origine animale “nascosti”, di cui il consumatore non è solitamente consapevole [...]» (Beardsworth, 2004:547).
Crudisti: sono coloro che adottano la «dieta vegetariana limitando la cottura degli alimenti ad una temperatura che preservi vitamine ed elementi aromatici» (Franchi, 2009:86).
Macrobiotici: coloro che sulla base di «una visione olistica [movimento filosofico] del mondo, si cibano solo di prodotti naturali, biologici: cereali, verdure, legumi, riducendo al minimo gli alimenti di origine animale e rifuggendo quelli raffinati» (Ibidem).
Gruppi di acquisto solidale (GAS): «[...] in accordo con una fattoria, si fanno carico della distribuzione diretta per eliminare completamente la distanza dalla produzione al consumo. I GAS nascono da una riflessione sulla necessità di un cambiamento profondo del nostro stile di vita. Come tutte le esperienze di consumo critico, anche questa intende immettere una “domanda di eticità” nel mercato per indirizzarlo verso un’economia che metta al centro le persone» (Franchi, 2009:172). Anche in questo caso abbiamo la limitazione del tempo personale per una questione etica, derivante dalla ricerca di un equilibrio psicologico e questi GAS sembrano essere una soluzione per le persone che li promuovono.
Tutti questi sono esempi di posizionamenti finalizzati a trovare una personale coerenza tra se stessi ed il mondo percepito. Si potrebbe approfondire, o aggregare le varie componenti per gruppi (ad esempio quella del vegetarianismo, che rivela al suo interno tutta una serie di altre declinazioni) ma l’interesse è quello di mettere in evidenza le varie casistiche e i posizionamenti legati ad un disagio etico alimentare di diversa origine.>>
(Testo tratto dal libro "Il Piatto Piange" di Andrea Meneghetti http://www.lulu.com/)