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lunedì 16 luglio 2012

Insetti come alimento

Per affrontare questo argomento, sfrutto questo articolo del Corriere della Sera ricordando che considerare una fonte biologica come alimento, dipende molto dalla percezione della stessa che abbiamo.

Gli insetti sono usati da tempi immemorabili come fonti alimentari e visto che noi (intesi come paese Italia) non ne consumiamo molti (in maniera volontaria) non significa che questi non siano delle sane fonti nutrizionali.

Per esempio il consumo delle lumache (molto diffuso in Italia e in Francia) si inserisce già in questo ambito anche se per molti sarebbero comunque un pasto da evitare perchè percettivamente lo trovano disgustoso.

In paesi asiatici ed in particolare in Tailandia, gli insetti rappresentano, però, una normale fonte alimentare.

Ricordo che, a nostra insaputa, i prodotti alimentari che ogni giorno consumiamo sono pieni di residui di insetti. In particolare le farine (e tutti i prodotti in cui vengono usate), le marmellate, i succhi di frutta, i vini (ma la lista potrebbe continuare) contengono componenti che derivano da insetti, anche se presumibilmente in piccolissime quantità come zampe, antenne, emolinfa (a seguito dello schiacciamento dell'insetto nelle operazioni di trasformazione), parti di esoscheletro e apparati tegumentari vari.

Negli ultimi anni, molti studiosi (ma anche nell'articolo se ne parla) hanno proposto che gli insetti vengano allevati come fonte alternativa alle proteine animali per ridurre l'impatto degli allevamenti animali e del loro inquinamento e per limitare il consumo delle risorse ittiche di mari e fiumi.

Per fonti che suppongo attendibili, però, ciò che la FAO dice essere un cibo economico e a basso impatto, cioè gli insetti, in realtà a seguito del loro allevamento, diventano dei prodotti anche più costosi di carne e pesce e il cui livello di inquinamento nell'ambiente e di residui chimici nell'alimento è ancora tutto da valutare. A proposito di quest'ultimo punto, per il fatto che anche gli insetti subiscono attacchi parassitari, il trattamento "in massa" degli insetti di allevamento con anti-parassitari per ridurre le perdite produttive, potrebbe non garantire la salubrità di questo specifico alimento.

In altre parole, non è detto che seppur sani questi alimenti possano venire accettati sia in qualità che in quantità dal nostro organismo che si è evoluto in una certa maniera

Infine vorrei ricordare che non basta cercare delle fonti alternative alle proteine per risolvere un problema che tornerà fuori con sempre maggiore vigore nei prossimi anni a seguito dell'aumento della popolazione mondiale. Infatti, come riporto nel libro a proposito di altre ricerche sullo stesso argomento:
<< Guardando il problema da un’altra prospettiva, al posto del consumo di carne si stanno cercando di promuovere fonti proteiche alternative per lo sviluppo della popolazione mondiale: la soia per fare il Tofu e il Miso; il glutine di frumento tenero, farro e kamut per fare il Seitan; si stanno inoltre facendo ricerche per ricavare, tramite lieviti e funghi, da carboidrati, cellulose e altri substrati vegetali, alimenti ad alto contenuto proteico che teoricamente vorrebbero sostituire il prodotto animale insufficiente, inquinante ed eticamente controverso. C’è solo un’obiezione a questo: se, come abbiamo visto, anche i bovini sono geneticamente strutturati per mangiare erba e non granaglie, anche il nostro organismo, ma soprattutto il nostro gusto è geneticamente determinato per preferire la carne, sia come struttura e consistenza (texture) che come sapori ed odori (flavour). >>

In altre parole, non è detto che seppur sani questi alimenti possano venire accettati sia in qualità che in quantità dal nostro organismo che si è evoluto in una certa maniera.

Andrea Meneghetti

martedì 3 luglio 2012

Impatto ambientale del trasporto

<< Impatto ambientale del trasporto

A causa della struttura della società, della specializzazione del lavoro e dell’umanizzazione del territorio, le aree di produzione degli alimenti non coincidono con i luoghi di consumo degli stessi. Gli alimenti, quindi, per essere portati ai consumatori, necessitano dell’utilizzo di combustibili fossili e vengono trasportati anche per migliaia di chilometri.
Negli ultimi anni si è sviluppata la percezione che ciò sia molto impattante per l’ecosistema e molti si interrogano sulle possibili soluzioni: «Da anni nel Regno Unito si è avviata una discussione sui food miles, cioè sui chilometri percorsi dal cibo prima di arrivare sui banchi di vendita. Il cibo che viaggia è produttore di costi occulti e inquinamento derivanti dai processi di distribuzione, perciò comincia ad affermarsi l’idea che il cibo non possa essere giudicato solo per attributi come qualità, aspetto e prezzo, ma anche in base ai chilometri percorsi per arrivare ad un determinato punto vendita» (Franchi, 2009:120).
Il primo aspetto da valutare è che l’aumentata percezione del problema sorge grazie a studi scientifici e propaganda diffusa sulle problematiche connesse alla distribuzione commerciale. Il problema dell’impatto ambientale si lega a ogni genere di prodotto, ma il cibo, non essendo un bene ad uso ripetuto o strumentale, catalizza su di sé più perplessità e stimola un dibattito che ha delle valenze di tipo etico sui seguenti punti:
- emissione di CO2 nella produzione e nel trasporto;
- consumo energetico;
- inquinamento atmosferico;
- congestione del traffico;
- incidenti stradali e perdite in vite umane oltre che in prodotti;
- inquinamento acustico.
Tra le conseguenze vi è la richiesta, da parte di molti, di una normativa che imponga la  riduzione della possibilità che il cibo venga trasportato per lunghe distanze.
Un fenomeno che esprime tale esigenza è il caso dei cibi a “km zero”, cioè di quegli alimenti che vengono venduti in un’area molto vicina a quella di produzione. Su questo argomento, che necessiterebbe di un approfondimento (soprattutto in merito al reale effetto di questa opzione sull’impatto ambientale), diremo soltanto che la richiesta di questa modalità commerciale è sicuramente mediata da una forte caratterizzazione etica, specie in chi acquista questi prodotti. La necessità di credere di fare una buona cosa sollecita questo tipo di acquisti e anche la scelta di alcuni produttori di vendere in un determinato canale.
Dall’altro lato, un aspetto da considerare è che la distribuzione commerciale crea ricchezza. Vietare al cibo di viaggiare impoverisce il mondo sia nella disponibilità quantitativa di derrate e potenzialità nutrizionali, che di ricchezza di territori che non possono ricavare reddito e valore aggiunto sulle loro produzioni. Sarebbe da domandarsi, ad un certo punto, perché il prosciutto crudo italiano può viaggiare e creare economia, mentre il vino cileno o le susine sudafricane non lo possono fare. La risposta non è facile da trovare perché implicherebbe ulteriori dubbi etici nella individuazione delle fasce di popolazione che possono consumare determinati prodotti e a certi prezzi. In ogni caso, è difficile vietare per legge dei consumi (negherebbe lo sviluppo e la democrazia), ma una evoluzione legislativa per favorire la produzione ed il consumo dei prodotti a “km zero” è auspicabile, ed è un trend che sta prendendo piede in tutta Europa come nel resto del Mondo.
Ancora, è errato pensare che i prodotti alimentari siano disponibili ovunque; in primo luogo, non tutte le aree della terra producono a sufficienza: non tutte sono in grado di produrre tutte le sostanze nutritive necessarie, che possono venir meno in determinate stagioni, o  ancora a causa di fenomeni naturali (siccità, alluvioni, grandine ecc.); inoltre ci sono zone della terra “difficili”, dove non crescerebbe nulla, ma che pure sono umanizzate perché producono, ad esempio, materie prime; qui il cibo deve per forza essere trasportato.
Il cibo deve quindi viaggiare. Per assurdo, se non viaggiasse forse non sarebbe nemmeno cibo (che abbia fatto un chilometro o diecimila), almeno nei termini in cui noi lo consideriamo tale.>>

(Testo tratto dal libro "Il Piatto Piange" di Andrea Meneghetti vedi qui)

domenica 13 maggio 2012

Ortoressia Nervosa 3/3

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“Food rules my life”. La vita dell’ortoressico è regolata dal cibo e dalle modalità di consumo dello stesso. Gli aspetti che dobbiamo contemplare in quest’ottica sono i fattori “tempo” e “spazio” che creano un limite all'esistenza del soggetto. L’esigenza di essere sempre esattamente sicuri di ciò che si sta mangiando impone, a chi è affetto da questa nevrosi, di non avere degli “imprevisti alimentari” e quindi si impongono limiti di spostamento (non si può viaggiare) oltre al già menzionato problema relazionale per il quale non si può accettare un invito a cena per paura di cosa potrebbe essere servito. Un esempio dell’estremizzazione del comportamento ortoressico è offerto da quei soggetti che non bevono più neanche l’acqua delle bottigliette e cucinano solo con acqua filtrata (a parte il fatto che una quota dei sali minerali necessari alla dieta derivano proprio dall’acqua di rubinetto, ci si chiede come potrebbero queste persone prendere un aereo). Si perde quindi la capacità di spostarsi, di muoversi: è un limite sociale e vitale.
L’altro aspetto da considerare è che la ricerca e il reperimento del cibo “giusto” ed i metodi di preparazione del pasto “rubano” a questi soggetti molte delle ore della giornata, limitando quindi la possibilità di fare altre cose, tra cui anche gratificarsi o rilassarsi. Se andiamo a valutare poi uno dei consigli base per una corretta alimentazione, cioè la varietà nell’apporto alimentare, questo può essere uno dei fattori maggiormente disattesi dagli ortoressici. Ricordiamo che molte malattie possono sorgere da meccanismi e consumi ripetuti. Si denota quindi, in queste persone, l’esigenza di controllare tutto forse proprio perché non c’è niente di controllabile nella vita e gli eventi del mondo vanno per loro conto. In questa malattia si identifica il riflesso di una società ansiosa in maniera eccessiva.>>

(Testo tratto dal libro "Il Piatto Piange" di Andrea Meneghetti vedi qui)

sabato 12 maggio 2012

Ortoressia Nervosa 2/3

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Il termine ortoressico deriva dal greco ortos che ha i significati di “diritto”, “giusto”, “corretto” e órexis che vuol dire “appetito”. Di particolare interesse è l’uso dei termini perché i dualismi che si incontrano in questo disturbo che si riflette sul cibo ci illuminano sul fatto che ci troviamo in una patologia che coinvolge la sfera etica: cibo “buono-cattivo”, alimento “giusto-sbagliato”, dieta “corretta-scorretta”, pasto “sano-insano”, cibo che “fa bene-fa male”. Dualismi terminologici che da sempre caratterizzano l’etica. Infatti molto probabilmente quello che fa scaturire questo disturbo riguarda un problema educativo-culturale: da un lato si è abituati a seguire i dettami dell’autorità (ma anche le regole della religione) e dall’altra si viene bombardati dai messaggi dei media, magari contrastanti, e non si riesce più a capire a chi bisogna credere e che cosa è giusto fare. Anche i messaggi in campo alimentare sono però contrastanti, con conseguente perdita della prospettiva, per una personale concezione e percezione, di cosa sia un cibo “sano”.
Si crea quindi un comportamento ossessivo e irrigidito su certe posizioni che porta ad uno sbilanciamento della dieta, più che ad una sotto-nutrizione. Questo è un punto particolarmente importante dato che, per buoni tratti della vita del soggetto ortoressico, dall’esterno non ci si rende conto che c’è qualche problema psicologico che si riversa anche sulla fisiologia, perché il peso corporeo è ancora adeguato alla persona; solo nel momento di eventuali analisi cliniche si scoprono degli scompensi di tipo nutrizionale. Dal punto di vista fisico, le conseguenze dell’ortoressia possono essere svariate, visto che i tipi di diete cambiano da soggetto a soggetto, contemplando restrizioni specifiche a seconda dell’intorno percepito. Le conseguenti carenze che si determinano, purtroppo spesso evidenti solo dopo molto tempo, sono in genere squilibri elettrolitici, avitaminosi, osteoporosi, atrofie muscolari e altri problemi fisici che spesso richiedono lunghi periodi di correzione alimentare per il recupero, talvolta interventi persino di ospedalizzazione, e altre volte sono condizioni irreversibili.
Un esempio di un componente alimentare che può essere frainteso nelle quantità di consumo da un ortoressico, potrebbe essere quello della vitamina A: se viene consumata in dose eccessiva può dare allucinazioni, ma i “dettami” che appaiono sulle riviste patinate dicono di consumare tanta vitamina A perché fa bene alla vista e il carotene, che ne è un precursore, fa bene alla pelle. Si potrebbe sentire un ortoressico che dichiara di bere tanta acqua per “purificarsi”, come in televisione viene ripetuto spesso nelle trasmissioni “sul Benessere”; ma invece bisogna stare attenti perché bere troppa acqua troppo velocemente, magari dopo aver fatto sforzi fisici che hanno fatto sudare, può portare ad iponatriemia. Questi sono solo due degli innumerevoli esempi a cui un ortoressico potrebbe essere esposto a seguito dell’influsso mediatico, ma ci fa capire come ognuno di noi potrebbe fraintendere dettami nutrizionali che ci vengono proposti come dei “toccasana” per la vita, ma invece possono portare al rischio, paventato da molti autori del settore, di una deriva ortoressica della società.
Rimane da capire, nel comportamento dell’ortoressico, questo senso di superiorità e di godimento nel rifiutare il cibo di fronte agli altri, quasi a dimostrare il suo personale coinvolgimento nel mangiare “puro”.
Lo sviluppo nella cultura sociale delle forme complementari di terapia (dieta, sport e movimento ecc.), è un fattore chiave nella diffusione della ortoressia. La ricerca di metodi alternativi alla medicina tradizionale ha individuato nella dieta uno dei più importanti mezzi per il mantenimento della salute. Quello che non è completamente compreso dall’ortoressico è che gli effetti e l’efficacia delle diete sono mediati da fattori genetici e temporali, mentre per lui la dieta diventa un mezzo addirittura salvifico della salute e della vita dell’uomo.
Tra i casi di analisi sociale che riguardano questa malattia ne riportiamo due che ci dimostrano, per il primo che spesso un bias alimentare si riversa anche sui figli, e per il secondo che l’importanza che viene data all’immagine in questa società può essere eccessiva:
- Esistono genitori che per loro sbagliate credenze personali sul cibo (ad esempio che il grasso è sempre cattivo e da togliere dalla alimentazione) causano malnutrizione nei loro figli imponendo una dieta non adeguata all’età dello sviluppo, dove anche componenti considerate dannose (ad esempio per gli anziani) hanno invece la loro funzione.
- Personaggi dello show business, schiavi della loro immagine, controllano in maniera ferrea le loro diete al limite del patologico. Si evince da molti di questi comportamenti un’ansia di fondo personale, ma anche della società intera. Tra l’altro questi comportamenti fanno sorgere altre riflessioni: la prima è che, per l’importanza mediatica che certe persone danno a questi personaggi, i casi di emulazione sono frequenti e gli effetti possono essere catastrofici (specialmente sulle giovani menti); la seconda riflessione è che, per la loro ricchezza, questi personaggi hanno la possibilità di andare oltre il razionale, almeno per periodi più o meno lunghi di tempo, fino al crollo psicofisico che prima o poi arriva, magari quando il riflettori sono ormai spenti ed il vuoto affettivo si è creato intorno a loro (anche perché è proprio un atteggiamento dell’ortoressico quello che lo porta ad allontanarsi da coloro che non condividono la stessa etica alimentare).>>

(Testo tratto dal libro "Il Piatto Piange" di Andrea Meneghetti vedi qui)

venerdì 11 maggio 2012

Ortoressia Nervosa 1/3

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Ortoressia Nervosa

L’ortoressia nervosa può essere definita come l’ossessione per il cibo salutare. È considerata un disturbo dell’alimentazione ma non è ancora ufficialmente riconosciuta dal mondo psichiatrico e quindi medico. La sua caratterizzazione ha quindi dei confini ancora piuttosto labili e non se ne conoscono tutte le cause e la sintomatologia. La prima morte ufficiale per ortoressia è quella di Kate Finn, scomparsa nel 2003 (Ravizza, Corriere della Sera, 20 aprile 2006). È una patologia che colpisce maggiormente gli over 30, tende ad essere più diffusa tra gli uomini e tra le persone di buon livello culturale.
L’ortoressia può essere considerato un problema psicologico: nevrosi del mangiare sano. Si tratta di un disordine ossessivo compulsivo della personalità che nasce con una sempre maggiore attenzione alla qualità del cibo (a differenza degli altri tipi di disturbi alimentari che danno invece attenzione alla quantità).
Questa condizione patologica è stata per la prima volta descritta nel 1997 dal medico californiano Steven Bratman. L’ortoressico si impone severe restrizioni alimentari che possono arrivare ad includere il divieto di toccare zucchero, sale, caffeina, alcool, frumento, glutine, lieviti, soia, mais e prodotti lattiero-caseari per non parlare di tutti quegli alimenti che nella lista degli ingredienti in etichetta riportano gli additivi che sono introdotti dalla lettera “E” con il loro numero specifico accanto.
L’ortoressico instaura chiaramente un rapporto distorto con il cibo, iniziando a scartare ogni alimento che viene considerato “cattivo” (idea che è del tutto personale, c’è quindi una percezione distorta). I vegani ed i crudisti sono dei seri candidati per sviluppare questa malattia che si annuncia in modo così ossessivo da portare il soggetto ad un senso di superiorità nei confronti del mondo. Si inizia con l’escludere dalla propria dieta i cibi che entrano in contatto (parola chiave) con pesticidi o con qualsiasi additivo artificiale e pian piano i criteri di ammissibilità diventano sempre più restrittivi. Alla fine l’ortoressico consuma il suo pasto in solitudine (caratteristica comune anche all’anoressia e alla bulimia), si isola socialmente e arriva ad assumere una dieta talmente povera da riportare gravi danni sul piano nutrizionale. Gli elementi che fanno “impressione” all’ortoressico non sono le grida di dolore dell’animale macellato o il colore rosso-sangue delle carni, come accade nel vegetariano, ma è la paura di venire contaminato, avvelenato. Viene quindi esclusa aprioristicamente la capacità del nostro corpo di detossificarsi e di auto-equilibrarsi. Quello che sottolinea l’estremizzazione del comportamento e quindi la nevrosi è il fatto che, tra l’altro, non può esistere una contaminazione zero degli alimenti. Inoltre, le tossicità intuíte sono di vario tipo e quindi la ricerca di un cibo “sano” in assoluto nasconde una nevrosi personale: potrebbe essere una negazione del cibo come piacere mascherato da un falso amore per se stessi e per il proprio corpo.
Detto questo, che ricalca a gradi linee ciò che si può finora trovare a proposito di questo disturbo, si propone anche un’altra lettura: l’ortoressico è una persona che tende ad evitare di entrare in contatto con il mondo che è sporco, pieno di ingiustizie e violento. Il cibo rappresenta l’esterno e non voler sporcarsi significa non voler accettare che il mondo sia ingiusto, corrotto, sporco (comportamento mediato dall’etica personale e da una percezione distorta dell’intorno). Non si vuole accettare la responsabilità di fare certe scelte anche dolorose e difficili, si nega quindi che il corpo abbia la funzione di processare il cibo, dividendone le componenti tra quelle utili e quelle dannose; per corrispondenza l’ortoressico non accetta di dover fare determinati compiti, anche gravosi, e di entrare in contatto con realtà sociali che non condivide o che non riesce ad accettare. Ma il vivere e lo stare con gli altri comporta questo sforzo, vitale e necessario. L’atteggiamento dell’ortoressico è però anche, in altri termini, una paura della morte e non soltanto il non voler prendersi le responsabilità della violenza che comporta la vita.
Un altro elemento di estremo interesse è che l’ortoressia si può leggere anche come la necessità di trovare nuove pratiche spiritual-nutrizionali, necessarie per l’equilibrio psicologico di alcuni soggetti. Solo che l’ortoressico è nel contempo giudice ed imputato di se stesso, in una spirale che porta all’autodistruzione. Il continuo ripetere le sue credenze sul cibo sembra quasi un “mantra” che serve ad occupare la mente per non lasciare lo spazio per affrontare veramente la sua situazione e le sue incongruenze, in una estrema e forte esigenza di coerenza.
Essendo geneticamente “programmati” a credere in qualcosa, persa una stretta connessione con la religione (perché troppo razionali per crederci ancora, con dettami non più adeguati allo sviluppo odierno, troppo pochi con valore assoluto e autorità religiose che non riescono più a mostrare un comportamento coerente), rimane la necessità di qualcosa a cui aspirare e la soluzione è trovata aumentando l’attenzione sulle regole alimentari. Non è detto che tutti gli ortoressici abbiano abbandonato la religione (sarebbe utile un’indagine su questo), ma sicuramente in queste regole trovano un rafforzamento alla loro esigenza comportamentale.>>

(Testo tratto dal libro "Il Piatto Piange" di Andrea Meneghetti vedi qui)

giovedì 3 maggio 2012

Analisi del Vegetarianismo 4/4

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Il bias etico del vegetariano

I vegetariani e gli animalisti evidenziano nel loro comportamento un imponente bias etico: pensano di essere nel giusto e soprattutto soffrono se vedono altri che si comportano in maniera diversa da loro. Alle volte pretendono di imporre le loro idee agli altri, influenzando la politica (cosa più che legittima) ma anche facendo azioni di provocazione che alle volte sfociano in violenza pura, perpetrate anche nei confronti di persone, e considerano se stessi come dei martiri. Il bias etico si presenta nella valutazione dell’ambiente esterno e della vita. L’etica è soprattutto lotta per la propria vita, per lo spazio personale e della comunità di riferimento. Ma lottare per lo spazio della comunità è cosa diversa dal credere che con la propria azione si possa salvare il mondo e tutti gli animali della terra. Ed è fuori da ogni sano rapporto con la vita metterla a repentaglio se non è in funzione della propria sopravvivenza.


Vegetarianismo e giovane età

I bambini non sanno da dove venga il prodotto alimentare che si trovano nel piatto. Una volta, almeno nella cultura contadina delle campagne italiane (completamente diverso è il quadro sociologico Nord Americano), il ciclo di allevamento dell’animale era palese ed era fondamentale che fosse conosciuto anche per il benessere delle comunità.
Oggi le giovani generazioni non sono a conoscenza delle sofferenze degli animali e, quando le realizzano, per alcuni c’è un vero e proprio rigetto della realtà con conseguente rifiuto del consumo di carne (si tratta di percentuali marginali della popolazione).
Alla base di questa situazione ci sono comunque due fattori che vanno sottolineati per le loro implicazioni etiche:
- La società, tanto per dettami religiosi quanto per marketing pubblicitario, promuove la cultura della fratellanza e della solidarietà. Posto che già geneticamente siamo predisposti a comportamenti solidali e di protezione nei confronti dei nostri simili, il fenomeno supera di gran lunga le esigenze biologiche intraspecifiche e razziali. Si è instillato nella testa della gente che bisogna aiutare gli altri (anche se non si sa chi siano) ma soprattutto che non ci deve mai essere sofferenza; in particolare la sofferenza di qualche essere vivente (quindi anche degli animali) è vista come qualcosa di sbagliato, da combattere, da far cessare. Questo è un approccio fortemente distorto dato che la vita è sofferenza e lotta per la sopravvivenza. Il disegno che sottende questi fenomeni culturali è quello di un maggiore controllo delle popolazioni e di un loro efficace sfruttamento anche dal punto di vista delle rimesse in danaro, di volontariato e di acquisti condizionati.
- I film, i telefilm, la televisione, i cartoni animati, le pubblicità ci mostrano “l’amicizia” nei confronti degli animali che vengono rappresentati umanizzati, buoni, teneri, indifesi e con sentimenti. Anche questa è una distorsione della realtà, tanto che sono numerosi i casi in cui persone che pensano agli animali selvatici come a simpatici “cuccioloni” finiscono poi per subire delle conseguenze anche gravi. È famoso il caso di un visitatore di uno zoo cinese che voleva abbracciare un orso ed è stato poi assalito (l’orso tra l’altro è uno degli animali più pericolosi per l’uomo). Ma altri casi relativi ad altri tipi di animali si sono verificati in parchi pubblici dove i turisti si sono avvicinati troppo alle specie selvatiche. Va poi considerato che anche i cani ed i gatti, seppur domestici, regolarmente mordono, graffiano, assalgono gli esseri umani.

Seppur fortemente informata ed attenta alla vita degli animali, la popolazione appare dunque complessivamente infantile ed immatura, a prescindere dall’età anagrafica.
Molto frequente è nei bambini il rifiuto di alcuni tipi di carne a seguito dell’esperienza dolorosa o sgradevole subita mangiando della carne (ad esempio aver rigettato il pasto perché il prodotto era avariato; carne quasi cruda; problemi intestinali anche gravi a seguito del consumo di carne o averne dato la causa alla carne mangiata contestualmente).
Altrettanto importante (meriterebbe un capitolo a sé stante), è il caso nel quale i genitori impongono ai figli, soprattutto se in tenera età, una dieta vegetariana. Questa scelta è molto rischiosa sotto vari punti di vista, il principale dei quali è la carenza nutrizionale, oltre al fatto che si va ad imporre ai figli un’etica e una visione del mondo che li renderà schiavi piuttosto che persone libere ed in salute. Si fa notare che questa scelta etica prende un caratteristica addirittura anti-vitale e gravissima dal punto di vista della salute quando si imponesse ai figli una dieta di tipo vegano: dei bambini sono morti perché i genitori hanno loro imposto una dieta troppo restrittiva, basta pensare al caso della bambina francese Louise Le Moaligou.
Nonostante esperti e luminari suggeriscano questo tipo di alimentazione per i bambini, fino dalla più tenera età, è il caso di mettere in guardia tutti, di farci un pensiero approfondito. I bambini figli di vegetariani potrebbero avere problemi di salute e di sviluppo, anche cerebrale, se non si nutrissero in maniera corretta; i vari testi di pediatria consigliano a coloro che fanno questa scelta alimentare per i propri figli di farsi strettamente seguire da un medico. Quello che stride è il fatto che la nutrizione dovrebbe essere qualcosa di sufficientemente “naturale ed istintivo”; difficilmente i nostri avi avevano bisogno di queste sovrastrutture sociali per riuscire ad allevare i propri figli. Questo palesa che alla base c’è qualcosa che non quadra.
Le informazioni distorte che vengono passate ai figli avranno conseguenze sulla percezione della vita e degli animali. Questi genitori, per la propria instabilità psicologica e per gratificare la loro etica, fanno del male ai propri figli. In questo caso si potrebbe davvero dire che è un’etica malata; è una struttura cerebrale che va in cortocircuito, un software che non gira più bene se non riesce a salvaguardare la vita personale e quella della propria prole (per salvare invece quella di altre specie animali).>>

(Testo tratto dal libro "Il Piatto Piange" di Andrea Meneghetti vedi qui)

lunedì 30 aprile 2012

Analisi del Vegetarianismo 3/4

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Detto questo, possiamo proporre una classificazione dei diversi tipi di vegetarianismo:
Vegetarianismo di tipo I: volontario, di natura etico-empatica, è legato al concetto di rispetto della vita degli animali. Chi si impone una dieta di tipo vegetariano considera disdicevole la sofferenza degli animali che vengono macellati per il consumo umano. Può anche essere legato a scelte religiose che impongono delle limitazioni al consumo di carne.
Vegetarianismo di tipo II: volontario, per ragioni ecologiche ed ambientali. Viene scelta una dieta di tipo vegetariano perché si seguono filosofie che propongono come soluzione ai problemi ambientali l’eliminazione del consumo di prodotti di origine animale che hanno un grosso impatto ecologico e che non sono convenienti dal punto di vista della conversione carboidrati/proteine. Oppure si evita di consumare prodotti di origine animale per salvaguardare l’ambiente naturale. «Al fondo del vegetarianesimo vi è, in senso lato, un imperativo categorico, una sorta di obiezione di coscienza alimentare che gratifica chi la pratica in quanto consolida la convinzione di contribuire con la propria scelta al rispetto dell’ecosistema» (Franchi, 2009:87).  È il dubbio etico di coloro che ritengono che l’allevamento intensivo animale per la macellazione ed il consumo umano abbia un impatto negativo sull’ambiente.
Vegetarianismo di tipo III: obbligato dalla condizione economica. Ci sono aree del pianeta o fasce di popolazione che vivono la condizione vegetariana per la particolare condizione economica o sociale, «a differenza di quanto avviene ancora nei paesi in via di sviluppo, dove una larga fetta della popolazione è per lo più vegetariana non per principio ma per povertà» (Beardsworth, 2004:547).
Vegetarianismo di tipo IV: scelta salutista. Deriva dal dubbio etico di coloro che percepiscono come un eccessivo consumo di carne possa portare tutta una serie di malattie come quelle cardiovascolari o la gotta.
Vegetarianismo di tipo IV bis: esigenza dietetica. Può essere imposta una dieta di tipo vegetariano a seguito di una patologia o di un periodo particolare di salute.
Vegetarianismo di tipo V: scelta gustativa. Alcune persone non sopportano o non gradiscono il gusto e la consistenza della carne e così ne evitano il consumo o semplicemente non la cercano e non la includono nella propria dieta. Non è un’imposizione di tipo etico od ideologico, almeno all’apparenza.
Vegetarianismo di tipo VI: ribellione ai genitori, all’autorità e alla società. Attraverso l’accoglimento delle regole e dei dettami del vegetarianismo, alcuni giovani manifestano il loro disagio od il loro senso di ribellione alla società ed ai genitori.
Vegetarianismo di tipo VII: scelta politica. Per una questione di giustizia sociale (tutti devono avere uguali possibilità) alcune persone vedono nel consumo della carne uno spreco di risorse che potrebbero essere utilizzate per sfamare i poveri del mondo ed allora cambiano la loro dieta verso una scelta di tipo vegetariano.
Vegetarianismo di tipo VIII: scelta spirituale. È la scelta di coloro che per esigenza di credere in qualcosa abbracciano l’etica vegetariana.

Pur non rappresentando una tipologia a sé (perché è una caratteristica presente in molti dei casi precedenti), è importante ricordare che il vegetarianismo ha molto probabilmente anche una componente di rifiuto alla modernità: «D’altra parte, l’enfasi posta dal vegetarianismo etico sullo sviluppo delle emancipatory politics e quella posta dal vegetarianismo come stile di vita sulla prevenzione dei rischi e sull’autoperfezionamento sono entrambe coerenti con le preoccupazioni e le ossessioni della modernità avanzata» (Beardsworth, 2004:559). Si può affermare che alla base del comportamento vegetariano esistono quindi delle ansie legate alle forme di progresso della società che non sempre vengono capite o che non si riescono a gestire sia in termini operativi ma anche per quanto riguarda la competizione che esse portano di conseguenza. Estremizzando, si può ipotizzare una “stanchezza mentale” od un irrigidimento (quindi opposto al concetto di plasticità neuronale) del soggetto nel confronti del nuovo e dello spirito di adattamento.
L’altra importante fonte del vegetarianismo è l’esigenza di sostituire la mancanza di una religione a seguito della secolarizzazione della società: «Le condizioni ideologiche per la diffusione del vegetarianismo sono legate al processo di secolarizzazione delle società occidentali, in particolare alla perdita di influenza dell’etica giudaico-cristiana per quanto riguarda l’impiego degli animali come alimento» (Beardsworth, 2004:552). In questo caso è la responsabilità della morte di un animale, senza una assoluzione “superiore”, a rendere il consumo di carne davvero problematico; manca la giustificazione morale di un atto violento, per il quale non tutti sono preparati psicologicamente o per il quale non si riesce a non provare pena.
I dettami religiosi danno infatti giustificazione etica allo sfruttamento e all’utilizzo degli animali sia per il lavoro che per il consumo alimentare: «[...] sia il Giudaismo che il Cristianesimo promuovono l’idea che agli esseri umani spetti per concezione divina il dominio sul mondo naturale: è quindi Dio a legittimare l’impiego di animali come fonte di nutrimento, seppur all’interno dei limiti imposti dalle prescrizioni religiose e alimentari.» (Beardsworth, 2004:546). Ma quando tali prescrizioni vengono meno può nascere il problema; in altre parole, la religione autorizza lo sfruttamento delle forme animali, nel contempo individuando anche delle forme di limitazione allo sfruttamento o al consumo che potrebbero inficiare la sostenibilità produttiva o salutistica. C’è quindi il contenimento di comportamenti che potrebbero diventare eccessivi anche in termini di sopportazione, ma – mancando la possibilità di basarsi sul supporto e su un contrappeso religioso non più adeguati al livello di sviluppo della società (anche a seguito dell’aumento dell’istruzione media o dell’invasività della proposta mediatica) – alcune fasce di popolazione risolvono il dubbio etico in modo alternativo scegliendo tra i nuovi movimenti culturali e pseudoscientifici presenti in quel momento, fra i quali troviamo anche il vegetarianismo.
Una terza fonte che struttura questo comportamento alimentare è il rifiuto della morte in termini generali, che quindi non consente l’accettazione nemmeno della morte degli animali; Beardsworth (2004:561) la definisce «una particolare forma di necrofobia, legata al fatto che nella cultura edonista della modernità avanzata la morte è un tabù». Più che altro la società non trasmette più gli elementi culturali tramite i quali la morte possa essere “metabolizzata” e accettata. La percezione della stessa è caotica ed infatti altre forme di morte, non percepite ma ugualmente presenti (delle piante, di lavoratori nella produzione, del vicino di casa), sono collocate in un arco comportamentale molto differente e non coerente ad un occhio esterno, ma funzionali a chi le attua.
Di conseguenza, considerando le tre fonti appena richiamate è possibile trovare una chiave di volta di tutto il ragionamento: «In questo senso le ragioni dei vegetariani sembrano fare la loro parte nel mantenimento di quella che alcuni intervistati definiscono “pace mentale” [...]» (Beardsworth, 2004:553). Il richiamo alla “pace mentale” potrebbe anche essere inteso come il parallelo di quello che qui abbiamo definito “equilibrio psicologico” includendo completamente il vegetarianismo nella Teoria dell’Etica Neurale.
Infatti pare che i vegetariani abbiano particolari esigenze psicologiche: «[...] diversi studi hanno messo in evidenza alcuni dei tratti della personalità, dei valori e delle convinzioni caratteristiche dei vegetariani. Ad esempio, una ricerca condotta in Nuova Zelanda (Allen et al., 2000:417-420) suggerisce che i vegetariani diano più importanza a concetti come “uguaglianza”, “pace”, “giustizia sociale” e allo stesso tempo approvino meno le idee di “dominazione gerarchica”, “distanza emozionale”, “razionalità” rispetto ai non vegetariani» (Beardsworth, 2004:555). Questa è probabilmente la conseguenza di una struttura particolarmente empatica del cervello dei vegetariani.
Questa forte capacità empatica può portare alla scelta di un cambiamento etico per trauma emotivo (come già sottolineato) verso una scelta vegetariana, che alle volte «nasce da una particolare “esperienza di conversione”, innescata dall’essere stati testimoni diretti o indiretti di qualche aspetto doloroso dell’allevamento, oppure dall’improvviso collegamento mentale tra un prodotto alimentare e l’essere vivente da cui deriva. Secondo Jabs (1998), infatti, le dinamiche del processo di conversione implicano il tentativo di ristabilire una coerenza interiore, cioè di affrontare il fenomeno di dissonanza cognitiva provocato dall’acquisizione di informazioni “scomode” sulla produzione e la lavorazione della carne» (Ibidem). Quindi ancora una volta emerge l’esigenza di trovare una coerenza interiore, in base alla percezione ed al senso di equità e di giustizia personale. Ma chi ha un forte senso di equità convive sempre con grandi sensi di colpa: «[...] l’adozione di una dieta vegetariana potrebbe essere interpretata come uno strumento per far fronte al senso di colpa che si può provare consumando carne» (Beardsworth, 2004:561).
E non dimentichiamo che il senso di paura che deriva dal consumo di carne è un sentimento diverso dal senso di colpa: «Il cibo, ad esempio, è necessario all’uomo per conservare forza e salute, ma allo stesso tempo può introdurre nel corpo tossine e organismi portatori di malattie […]» (Beardsworth, 2004:559).
Per completezza di ragionamento è doveroso dire che anche l’utilizzo di piante determina la morte delle stesse, anche se non viene percepito. Infatti, nel momento della trebbiatura, non tutte le piante hanno finito il loro ciclo vegetativo, anche se per nostre convenienze nello stoccaggio è meglio che queste piante siano per la maggior parte morte. Se invece vogliamo produrre insilati da mais, la pianta è in pieno stato vegetativo e così ne causiamo la morte. Da questo si possono fare due deduzioni: 1) L’uomo, come essere vivente, per sopravvivere, sfrutta altre forme di vita. Tutte le forme di vita, in qualche modo hanno bisogno ed utilizzano altri esseri viventi. 2) La percezione delle varie forme di vita non è uguale per tutti.
Per quanto riguarda gli animali, per consumarli potremmo aspettare che muoiano di vecchiaia come fanno in Tibet con lo yak, non servirebbe ucciderli. Il punto sta nel considerare la valenza che hanno la morte e l’uccidere nella mente umana. Per un fatto di sopravvivenza e di competizione evolutiva, nel nostro cervello le connessioni nervose ci dicono che non dobbiamo uccidere un nostro simile, e ciò è rinforzato da patti sociali che mantengono l’equilibrio della società (per inciso, la legge); nel momento in cui identifichiamo “vicino” anche un animale per una aumentata percezione dello stesso, anche a seguito di una maggiore ricchezza socio-culturale e alimentare, si crea un dubbio etico: come mi devo comportare?: «In termini etici quest’ultimo paradosso [produrre alimenti porta quasi sempre all’uccisione dell’animale] è particolarmente provocatorio e impegnativo per il consumatore, dal momento che lo costringe a confrontarsi con la sua condizione mortale. In ogni società tradizionale esiste un insieme di meccanismi culturali per proteggere gli individui dal senso di colpa e dall’ansia che questo paradosso può ingenerare, e tra essi compaiono anche quelle credenze religiose che legittimano l’utilizzo di animali per nutrirsi (Beardsworth, 1995)» (Beardsworth, 2004:560).
Dunque i dettami religiosi e altre forme culturali (come il vegetarianismo) servono sia come allontanamento della responsabilità delle azioni di morte che come mantenimento dell’equilibrio psicologico, anche a livello del consumatore. La coerenza delle proprie azioni è molto importante per la sanità mentale dell’uomo, per ottenerla esistono quindi strumenti di vario tipo (culturale, che abbiamo più volte richiamato, o puramente psicologico, a totale scopo funzionale): «Nelle società moderne servono allo stesso scopo sia i meccanismi psicologici come la  “dissociazione”, per cui gli animali destinati a trasformarsi in cibo per l’uomo sono considerati quasi oggetti inanimati (Plous, 1993), sia meccanismi culturali (operanti nella lavorazione degli alimenti, nel packaging e nell’etichettatura) che riescono a mascherare o minimizzare l’origine animale di molti prodotti» (Ibidem). Il tutto per alterare o creare una determinata percezione del prodotto da parte del consumatore, che deve rimanere convinto di una condizione di vita armoniosa e gratificante, quasi di sogno. La destrutturazione dell’animale è funzionale a ridurre la percezione dell’animale ammazzato; il packaging con i suoi colori, soprattutto per quel che riguarda i prodotti pronti, non consente di associare l’animale morto al prodotto acquistato.
In conclusione: o si hanno degli elementi culturali per giustificare il processo violento che serve per procurarsi il cibo, oppure si cerca di negare e di evitare questo processo. Il vegetarianismo rappresenta questa seconda opzione.>>

(Testo tratto dal libro "Il Piatto Piange" di Andrea Meneghetti vedi qui)

lunedì 23 aprile 2012

Analisi del Vegetarianismo 2/4

<< Il continuum del Vegetarianismo

Quando si analizza il fenomeno del vegetarianismo ci si rende conto che ne esistono diverse versioni, e questo ci dice ancora una volta che ognuno trova la sua risposta ad un disagio psicologico in maniera differente ed autonoma, anche se c’è una direttiva comune dalla quale tutti attingono. Ogni persona che si definisce vegetariana ha le sue “regole” sugli alimenti da consumare, creando quindi sotto-categorie di consumatori anche piuttosto variegate, e suscitando delle diatribe nella stessa popolazione dei vegetariani. Infatti tra coloro che si definiscono vegetariani c’è chi consuma il pesce ed alle volte chi accetta di consumare pollo. Abbiamo già spiegato, dal punto di vista percettivo, questa situazione parlando del grado di sviluppo neuronale dell’animale, ma coloro che si definiscono vegetariani e consumano anche pesce e pollo probabilmente non identificano e non percepiscono questi esseri viventi come animali da salvaguardare a tutti gli effetti, non essendo essi dei mammiferi (a differenza di bovini, suini ed ovini); in effetti lo sviluppo neuronale di pesce e pollo sono inferiori al nostro, e quindi sono delle specie “più lontane” dal punto di vista evolutivo e genetico.
Ma quello che interessa maggiormente in questa parte, è far emergere l’esistenza di una continuità di comportamenti o casistiche alimentari che va ben oltre la definizione e l’inclusione nella categoria di vegetariano: «Può essere corretta e utile, allora, la definizione di un continuum del vegetarianismo sulla base delle diverse esclusioni alimentari» (Beardsworth, 2004:547). Per assurdo, coloro che consumano anche pesce ed un po’ di pollo pur definendosi vegetariani, non differiscono molto dal punto di vista alimentare da coloro che evitano le carni rosse (perché ad esempio non ne accettano il gusto) ma che non si dichiarano vegetariani.
Come evidenzia Mepham (2008:167), è variegato l’universo del vegetarianismo: alcuni che si definiscono vegetariani spesso consumano certi prodotti animali, come latte e uova (ovo-latto vegetariani); altri mangiano pesce (che guarda caso non ha carni di colore rosso e non fa rumori o non piange quando muore) e alcuni mangiano pollo (che guarda caso è meno evoluto neuralmente dei bovini). L’appartenenza ad una o all’altra categoria è fondamentalmente una definizione fittizia ma che aiuta a fare ordine in un approccio etico piuttosto articolato nelle sue ragioni e nelle sue declinazioni, anche per chi studia questi fenomeni: «[...] nell’ambito delle definizioni soggettive, troviamo ugualmente una gran varietà di regimi di astensione di fatto: da chi si ritiene vegetariano o vegetaliano  ed esercita effettivamente esclusioni rigide ed estese, a chi paradossalmente si ritiene vegetariano ma consuma in realtà più alimenti di derivazione animale rispetto chi non si definirebbe tale» (Beardsworth, 2004:548). Ciò conferma ancora una volta che l’etica è una ricerca di coerenza personale più che una condizione effettiva del soggetto.
Si è quindi capito che la definizione di vegetariano ha dei confini molto labili o comunque non definiti: «La flessibilità e la vaghezza delle auto-definizioni dei vegetariani emerge chiaramente nella ricerca condotta nel Regno Unito da Willets (1997), che ha rilevato una notevole sovrapposizione a livelli di principi e di condotta alimentare tra vegetariani e consumatori di carne. Uno studio su un gruppo di vegetariani americani (Jabs et al., 1998) ha dimostrato che le “debolezze” rientrano nella normalità, sono un dato di fatto per molti: in altre parole ci sono situazioni in cui vengono violate le regole dietetiche e di esclusione (spesso con forti sensi di vergogna) e c’è bisogno del controllo sociale esercitato dalle norme del gruppo di vegetariani a cui si appartiene per riuscire a mantenere la propria identità» (Ibidem). Questo aspetto è molto interessante perché tale atteggiamento pone il vegetarianismo accolto come una religione e un’esigenza di appartenenza in nome della quale si accetta una forzatura psicologica per aderire a principi a cui si demanda la responsabilità delle proprie azioni.
La scelta di collocarsi in una od in un’altra categoria non è casuale, ma dipende da quali dubbi etici vengono presi in considerazione a seconda della sensibilità e dell’empatia che il singolo sviluppa: «Il vegetariano che continua a consumare latticini e/o uova deve fronteggiare il fatto che la produzione di questi alimenti comporta inevitabilmente l’uccisione di vitelli e pulcini maschi in eccesso e che i metodi di produzione intensivi (in realtà anche quelli tradizionali) potrebbero comportare effetti molto negativi per il benessere degli animali» (Beardsworth, 2004:562). Visto che l’equilibrio si raggiunge a livello personale, per coloro che non conoscono le condizioni di allevamento degli animali il problema non si pone. Per gli altri, se non viene trovato un equilibrio tra etica, percezione e comportamento, c’è anche la «posizione vegetaliana, che evita tutti i prodotti animali» (Ibidem) e così via, creando anche altre categorie o personali scelte alimentari sempre più restrittive finché non si riesce a trovare un equilibrio con se stessi (anche se alla base di questo comportamento c’è una nevrosi o un bias etico).
Ed infatti, man mano che si introducono nuovi spunti di dubbio etico, l’unica possibilità è quella di trovare una coerenza a livello personale e non assoluto: «Anche se i vegetariani volessero evitare tutte le carni, non dovrebbero evitare la responsabilità per il modo in cui gli animali che procurano alcuni dei loro cibi vivono o muoiono» (Mepham, 2008:169). Quindi, se chiaramente è impossibile distinguere chi sfrutta e chi non sfrutta gli animali, la giustificazione etica ricercata dal vegetariano deve essere “passabile” o “credibile”, con lo scopo di mantenere il suo senso di “giusto” ma non serve che ciò lo sia veramente o lo sia anche per gli altri, basta che lo sembri a lui stesso. Così nel momento del consumo si sentirà in pace con la sua coscienza o non gli farà “impressione” pensare alle possibili sofferenze dell’animale che ha prodotto il suo alimento.
Ma chi non trova l’equilibrio deve passare a categorie più restrittive come ad esempio i vegani «che rifiutano tutti i cibi di origine animale, ad esempio anche il miele. Ma anche la dieta vegana e/o lo stile di vita non sono immuni da critiche del loro impatto etico sugli animali. Per esempio, nei sistemi arativi, l’uso di trattori può schiacciare i topi di campo, al raccolto delle coltivazioni la rimozione della copertura del terreno toglie la protezione ai piccoli animali dai loro predatori, mentre i pesticidi possono avvelenare gli uccelli [...]» (Ibidem).
E con questi esempi potremmo proseguire ulteriormente per far risaltare maggiormente questo continuum etico ma anche l’impossibilità, di fatto, dell’esistenza di un comportamento etico assoluto. È interessante far notare come, finché non vengono richiamati dei potenziali dubbi etici, la posizione vegana risulti in equilibrio, “giusta”. Il punto è, invece, che “occhio non vede, cuore non duole” cosicché l’importante è che la sofferenza e l’ingiustizia siano mascherate (o non percepite) perché un alimento venga accettato, nei limiti del proprio livello base (di accettazione), che è diverso per ognuno di noi a seguito della propria sensibilità, cultura, esperienza eccetera. Per “livello base” si intende il rapporto tra le informazioni ricevute e la percezione che si è creata rispetto al proprio equilibrio psicologico, cioè le condizioni che devono essere soddisfatte per l’accettazione di una condizione o di un alimento. L’ingiustizia e la violenza devono poter essere giustificate in qualche maniera, oppure devono essere eliminate dalla vista, per far sì che qualcosa venga accettato. Non è necessario che vi sia coerenza reale, ma essa deve essere formale o sostanziale, a seconda dei diversi gradi di percezione dell’intorno.
Occorre sottolineare che tali comportamenti nevrotici possono essere sostenuti e mantenuti da favorevoli condizioni economiche e culturali di contorno; in altre parole, se si ha un buon reddito o si appartiene ad una famiglia benestante, c’è la possibilità di sostenere stili di vita che gratifichino la propria etica e soprattutto consentono di escludersi dalla crudezza della vita. Ma, nel contempo, è vero che anche una società benestante consente l’esistenza di sacche di popolazione che non risolvano mai la loro nevrosi interiore.
Sono i media ed i vari mezzi di informazione che influenzano la percezione e l’etica del vegetariano raccontando, informando, dando delle interpretazioni; montando video e foto si va ad influire sulla percezione dei soggetti e chi ha un’empatia maggiore (ma il discorso forse è più complesso) cambia più facilmente il proprio comportamento per recuperare l’equilibrio psicologico alterato dalle nuove informazioni. In altre parole, nessuno nasce vegetaliano. Per assurdo, se lo fosse stato fin dalla nascita, non avrebbe dovuto nemmeno consumare il latte della propria madre che lo ha nutrito per consentirgli di giungere all’età della ragione nella quale ha fatto scelte drastiche e anti-vitali.
Chiudendo il panorama del continuum del vegetarianismo, ci si deve soffermare sul recente fenomeno della fascinazione esercitata da queste pratiche alimentari sui ragazzi tra i 15 e i 25 anni, «[...] i più affascinati dal vegetarianesimo: secondo un’indagine Ac Nielsen elaborata da Eurispes, entro il 2010 dovrebbero diventare sette milioni gli italiani “no-carne”, i più numerosi in Europa in base alle stime dell’Unione vegetariana europea. Artefici di questo primato, anche i più giovani. Adolescenti che da un giorno all’altro dicono no a tutti gli alimenti di origine animale» (Annachiara Sacchi, Corriere della Sera, 12 maggio 2010).
Sarebbe interessante da capire se queste scelte, invece di derivare da empatia nei confronti degli animali, come avviene nella maggior parte dei casi di vegetarianismo, derivino da una motivazione diversa, cioè dalla ricerca di regole, di certezze, di verità in un mondo ed una società che da messaggi contrastanti, caotici, frammentati che i giovani non riescono a gestire.
I giovani dunque sono coloro che subiscono di più gli effetti del cortocircuito etico della società, visto che sono alla ricerca di una identità e si ribellano alle norme imposte per la necessità di una coerenza etica. Approdare a queste pratiche alimentari fornisce la possibilità di avere regole chiare a cui attenersi, ancor prima di sentirsi rispettosi nei confronti degli altri esseri viventi. Questi comportamenti, però, si portano dietro una serie di problematiche come quella del rischio di carenze alimentari in una fase, quella della crescita, in cui servono proteine ad alto valore biologico (di origine animale quindi) per sostenere lo sviluppo; questi rischi sorgono anche a seguito della non conoscenza della “bilancia” dietetica che in giovane età non può essere ancora completamente compresa ed assimilata.>>

(Testo tratto dal libro "Il Piatto Piange" di Andrea Meneghetti vedi qui)

domenica 22 aprile 2012

Analisi del Vegetarianismo 1/4

Iniziamo con oggi la trattazione di un argomento che è forse uno dei cardini su cui si struttura l'etica agroalimentare in quanto anche filosoficamente ha rappresentato uno dei primi punti di riflessione dell'uomo in quanto essere vivente che si rapporta con la vita che lo circonda: Il Vegetarianismo.

L'argomento è trattato con un approccio non usuale, spero sufficientemente scientifico, a tratti un pò complesso. Spero che possiate comunque apprezzare lo sforzo di cercare di rendere fruibili i contenuti.

Buona lettura.

Andrea Meneghetti

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Analisi del Vegetarianismo

Il Vegetarianismo, almeno considerando quello volontario e non obbligato da una condizione economica o geografica, è una risposta comportamentale ad un dubbio etico che si esprime con l’eliminazione della carne dall’alimentazione.
Il vegetarianismo non è un fenomeno recente: «Le prime attestazioni scritte dell’esistenza di forme di vegetarianismo in Europa provengono dalla Grecia classica e riguardano l’illustre matematico Pitagora e i suoi allievi, fedeli alla dottrina della trasmigrazione delle anime che proibiva loro di uccidere altri esseri viventi e nutrirsene» (Beardsworth, 2004:545). Appare chiaro che in questo caso il movente etico che giustificava l’approccio vegetariano derivava da un’alterata (o particolare) percezione della vita con conseguente dubbio etico e scelta comportamentale utile a ricreare equilibrio psicologico nei seguaci della dottrina.
Vari movimenti vegetariani o richiami a forme di vegetarianismo si sono alternati e susseguiti nei secoli, ma: «[...] è solo con la seconda metà del secolo [Novecento] che il vegetarianismo arriva a poter essere definito un fenomeno di massa nelle società occidentali» (Beardsworth, 2004:547). Si ricorda che nel 1975 il filosofo Peter Singer scrisse il libro Animal Liberation, considerato come uno dei capisaldi teorici del Vegetarianismo e del movimento per i diritti degli animali, che risulta – insieme al più recente libro di Jonathan Safran Foer  Se niente importa (Eating Animals) – essere tra i puntelli alla continuazione e propagazione di questa filosofia nella nostra cultura alimentare e sociale.
Ciò che interessa in questo contesto è se il Vegetarianismo possa essere considerato una forma alimentare evoluta della specie umana. Se assumiamo che questo comportamento comporti un particolare sviluppo neuronale, differente da quello di chi non è vegetariano, allora sicuramente diremo che più evolve la società più una parte maggiore di essa sviluppa questa caratteristica, legata ad una maggiore capacità analitica e percettiva del mondo esterno e riscontrata nelle fasce più evolute ed istruite della società.
Se consideriamo le forme di vegetarianismo volontario (vedi oltre), è molto probabile che esso sia tipico delle società relativamente più evolute dal punto di vista tecnologico perché in queste non c’è più un’impellente ricerca del cibo, magari per una ricchezza di tipo economico, ma invece possono trovare maggiore spazio il dubbio etico alimentare e l’esigenza di una ricerca di equilibrio psicologico. Ma se invece si considerano le zone soggette a cronica carenza proteica animale (il vegetarianismo obbligato, vedi oltre) vi troveremo ugualmente diffusa una forma di vegetarianismo che riguarda percentuali sicuramente maggiori della popolazione.
Non è quindi una questione di percentuale ma è importante capire cosa porta a questo comportamento che differisce tra società e società e che può cambiare nel tempo e secondo le potenzialità economiche.
In questo quadro, riguardo alle società ricche dell’occidente, l’avvento del vegetarianismo volontario potrebbe dunque essere anche considerato come il segno di una variazione nel bisogno di apporto proteico nella dieta per l’insorgere di un diverso stile di vita, più sedentario. In quest’ottica sarebbe auspicabile, soprattutto in termini di salute pubblica. Comunque, è sicuramente una forma di riequilibrio della società: alcuni soggetti con particolare sensibilità, a seguito di campagne mediatiche o personali analisi esperienziali, trovano un equilibrio psicologico alle realtà percepite cambiando il loro comportamento alimentare. Ciò può essere visto anche come conseguenza alla dinamica gaussiana della società e dei suoi devianti; in altre parole, alcuni soggetti si differenziano dagli altri proprio per il fatto di non volersi comportare come la maggioranza della popolazione o per rifiuto delle pratiche stabilite nella società per garantire la sua ricchezza.
Per i paesi in via di sviluppo, invece, la ricerca di alimentazioni sostenibili, anche a livello personale, porta allo sviluppo di alimentazioni che tendono al vegetarianismo come unica forma di sostentamento, fino a diventare un’abitudine etica anche se ad un certo punto il limite di tipo reddituale o produttivo viene a cadere. Per spiegare questo concetto ricordiamo un fenomeno simile legato all’etica delle fasce più anziane delle popolazioni dell’Europa occidentale che hanno sperimentato la carenza alimentare della Seconda Guerra Mondiale: gli anziani che hanno vissuto periodi di carenza alimentare guardano con fastidio allo spreco, più dei loro figli e nipoti, nonostante i problemi di carenza alimentare siano decaduti.
Da non dimenticare, prima di affrontare l’argomento nei suoi aspetti più specifici, che nel comportamento vegetariano si individuano anche alcune componenti della nevrosi alimentare: «[abitudini e ideologie alimentari contemporanee] sono spesso celate da dispositivi culturali che operano per proteggere il consumatore dalla riflessione su aspetti potenzialmente inquietanti o minacciosi dell’atto del nutrirsi» (Beardsworth, 2004:544). Questo può essere letto come se la scelta di abbracciare il vegetarianismo non sia una vera soluzione alla situazione del fatto che il soggetto non riesce ad accettare la realtà percepita, ma è invece un metodo per allontanarla senza affrontarla né comprenderla, con la conseguente creazione di una nevrosi interiore.
Approfondendo gli aspetti che portano ad aderire al vegetarianismo, appare evidente come in una situazione di carenza nutrizionale o di difficile reperimento di nutrimenti è difficile che si instauri un tipo di vegetarianismo volontario di natura etica: «[...] data l’intrinseca incertezza e imprevedibilità del sistema di caccia e raccolta, [nelle società primitive] è piuttosto improbabile che individui ovviamente dipendenti, per la sopravvivenza, dall’approvvigionamento di cibo, rifiutassero deliberatamente una fonte di nutrienti così importante [come la carne]» (Ibidem). Quando la struttura etico-neuronale funziona correttamente, infatti, porta il soggetto a sfruttare tutte le fonti nutrizionali, altrimenti sarebbe destinato a morte certa. Nel Tibet, ad esempio, l’etica alimentare consiglia di ridurre al massimo il consumo di carne, ma non per un motivo di tipo etico-morale; infatti, per le particolari condizioni economiche, gli yak (animali di riferimento della zona, utilizzati sia per il trasporto dei materiali che per la produzione di latte e di pelli) vengono mangiati solo alla loro morte perché quelle popolazioni non possono permettersi di privarsi di un importante fattore produttivo.
Se ne deduce che sono le condizioni a contorno a determinare le scelte etiche alimentari e non è detto che il vegetarianismo volontario e un vegetarianismo di tipo economico (vedi oltre) abbiano la stessa radice etica, seppur derivino entrambi da un movente etico.
Con l’evoluzione della società, ma anche con la possibilità di avere un più stabile e ricco approvvigionamento di fonti nutrizionali, la selezione della qualità e quantità degli alimenti aumenta poiché il cibo diventa non solo nutrimento, ma anche piacere. Così, in alcune fasce della popolazione si crea un rifiuto delle forme più cruente del reperimento delle fonti nutrizionali, in questo caso proteiche di origine animale: «Da questo punto di vista [la possibile esistenza di un processo di raffinamento del gusto e della sensibilità] il consumo di carne, con i suoi rimandi simbolici ai concetti di morte, sangue e smembramento, è considerato sempre più ripugnante, con la conseguenza che l’origine animale di alimenti a base di carne deve essere dissimulata e che la carne stessa viene progressivamente evitata o definitivamente bandita dalla dieta» (Beardsworth, 2004:558). Ma questo avviene perché l’etica della convivenza sociale ha nascosto, eliminato o cercato di coprire la violenza come mezzo di sopravvivenza prima e di posizionamento sociale poi. La conseguenza è lo sviluppo di un cortocircuito intellettivo nei soggetti che sono stati più sensibili e ricettivi a questi dettami (stigmatizzazione della violenza) e non sono stati in grado di modulare l’uso della forza nella loro esistenza, trovando come soluzione l’eliminazione del richiamo più vivo a questi comportamenti, la carne degli animali appunto. Vi è quindi una ricerca di coerenza personale che non è, e non può essere, assoluta; infatti anche un biscotto ha nel suo processo produttivo incorporati violenza, sfruttamento, impatto ecologico, ma se non viene percepito tutto va bene e il prodotto viene consumato.
Da altri soggetti la coerenza etica viene raggiunta più facilmente se viene dimostrato, anche solo a parole, che gli animali che mangiano sono stati trattati in una certa maniera, cresciuti in un certo tipo di allevamento, venduti con un’etichetta di ecosostenibilità o di tipo equo-solidale ecc.: «Anche Willets (1997) accenna a questo processo [la produzione di carne vista come una forma di violenza da evitare] quando nota che per alcuni dei suoi intervistati mangiare carne prodotta e lavorata secondo criteri sostenibili è un modo per “esibire le proprie credenziali ambientaliste, e riflette un atto non di indifferenza o di dominio sugli animali ma di identificazione con essi» (Beardsworth, 2004:559).
Questa accettazione della carne se è stata prodotta secondo determinate regole, si può anche interpretare come un modo per pulirsi la coscienza allontanando da sé la responsabilità dell’atto violento, della morte e dello sfruttamento dell’animale; dall’altro lato, però,  la conoscenza del processo produttivo riduce le paranoie sulla possibile sofferenza degli animali e sulla qualità delle carni mangiate, quasi a riportare il tutto in un alveo di “naturalità” che garantisce sia in termini psicologici che qualitativi. La ricerca di questo tipo di giustificazione etica nasce più che altro perché alcuni tipi di vegetariani hanno una percezione particolare per la quale la carne può essere veicolo di avvelenamento a causa dell’uso di sostanze farmaceutiche, ormoni e antibiotici somministrati lungo il processo di allevamento; la sofferenza dell’animale, in questo caso, passa decisamente in secondo piano se non relativamente alla percezione che un animale maltrattato possa dare carne di sapore sgradevole e magari nociva per l’uomo. È questo, quindi un approccio egoistico e non empatico come possono avere altre forme di vegetarianismo.>>


(Testo tratto dal libro "Il Piatto Piange" di Andrea Meneghetti vedi qui)



giovedì 12 aprile 2012

Spreco alimentare e perdita fisiologica 1/4

Si riporta ora la prima parte di una serie di interventi sullo spreco alimentare che è uno degli argomenti principali che hanno portato alla scrittura del libro "IL PIATTO PIANGE".
Bisogna infatti essere stufi di sentire dire sempre certe frasi di circostanza, soprattutto da enti che si definiscono scientifici.
Per comprendere appieno il fenomeno, è necessario avere un approccio completamento evoluto e razionale, sempre che lo si voglia avere. E' importante anche e soprattutto per coloro che vogliono vivere in equilibrio con se stessi e non farsi rovinare la qualità della vita per seguire movimenti culturali retrogradi, emozionali e poco evoluti.
A causa della complessità e della lunghezza dell'argomento, si divide la trattazione del passo del testo in quattro parti.

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Lo spreco e la “perdita fisiologica”

È giunto il momento di parlare di uno dei casi etici che maggiormente influenza l’opinione pubblica: lo spreco dei prodotti alimentari ancora commerciabili, commestibili e/o edibili che vengono gettati dalle varie forme distributive, ma anche lo spreco alimentare che avviene nel consumo casalingo.
Molte delle ragioni etiche che sostengono la “lotta allo spreco” riguardano il fatto che con i cibi gettati, ritirati dal commercio e distrutti si potrebbero nutrire moltissime persone bisognose o che addirittura muoiono di fame, vicino a noi o in altre aree delle terra. Inoltre, si dice che sprecare il cibo “non è bene”. Questa è chiaramente una visione fortemente etica della situazione ma che non ne fa trasparire le ragioni profonde, cioè non ci spiega perché “non è bene”, cosa ci sia di sbagliato.
Per iniziare questa analisi, bisogna fare un passo indietro e porci le solite domande etiche:
Perché bisogna salvare il maggiore numero di persone? Riguarda il fatto che, per una questione ancestrale, vogliamo salvaguardare la nostra popolazione di riferimento?
Perché non bisogna sprecare il cibo? Inconsciamente pensiamo che prima o poi possa servirci?
Posti questi punti, cerchiamo di capire la differenza tra ciò che può essere considerato eccedenza ed invece ciò che può essere considerato spreco.
L’eccedenza è quella quota di produzione che non serve ad una determinata popolazione o gruppo famigliare e che, nel caso degli alimenti, diventa un rifiuto con costi per lo smaltimento (quindi non è solo un problema che riguarda altri che muoiono di fame).
Quando, dall’altro lato, cerchiamo di definire che cosa sia da considerarsi spreco, non solo non troviamo un’univoca definizione, ma anche una diversa percezione dello stesso; in generale, potrebbe essere comunque definito come un’eccedenza che viene gettata o lasciata deperire, quindi connessa ad una non ottimale allocazione delle risorse.
La domanda alla quale rispondere ora, potrebbe essere: perché uno stesso comportamento alimentare (ad esempio, lasciare mezzo panino nel piatto), per un soggetto è spreco e per un altro non lo è? Difficile rispondere in poche parole; sicuramente, però, i soggetti credono di agire o pensare in modo corretto (almeno nei propri confronti) e una scelta o l’altra non è da considerarsi, in termini assoluti, sbagliata. Chi vede il mezzo panino lasciato nel piatto a fine pasto come uno spreco potrebbe aver ragione in quanto poteva essere utilizzato da qualcun altro per sfamarsi, mentre chi non ha finito il panino potrebbe averlo fatto per ragioni di salute o caloriche. In effetti, costringersi a mangiare anche quando si è raggiunta la sazietà, per paura di sprecare, è un comportamento che a lungo andare può portare anche a problemi di salute come sovrappeso, obesità, malattie cardiovascolari ecc.
Bisogna quindi introdurre il concetto di “perdita fisiologica” dei prodotti alimentari.
Negli atti produttivi di coltivazione, raccolta, trasporto, trasformazione, distribuzione e poi nel consumo degli alimenti, una perdita avviene sempre e comunque, per la natura stessa dei prodotti (deperimento, insudiciamento degli stessi ecc.) Vanno poi considerati le rimanenze nei recipienti, gli errori di preparazione, le fermentazioni che riducono la quantità disponibile o impediscono il consumo dei cibi.
Inoltre una certa quota di alimento viene persa a seconda di come viene impostata, progettata ed implementata la catena agroalimentare. Gli agenti che influenzano e determinano questa struttura sono lo Stato e le sue leggi, le catene distributive, le amministrazioni locali e le regole per lo smaltimento dei rifiuti, le industrie e le organizzazioni delle stesse, i finanziamenti e i contributi alle produzioni ed al riciclo, gli sgravi fiscali su determinate forme di riciclo. A seconda degli enti pubblici, delle industrie, delle catene distributive, delle associazioni, delle regole, in uno Stato esiste una certa situazione più o meno dinamica in merito alla gestione delle eccedenze alimentari. Per dare due estremi: da un lato ci sono dati che indicano che il 40% del cibo U.S.A. viene gettato e dall’altro ci sono organizzazioni in Italia che riescono a gestire la riduzione della quota gettata di alimenti tramite la redistribuzione dell’eccedenza prima che essa diventi rifiuto.
L’altro aspetto da considerare è che lo spreco va percepito come tale. Agli occhi di alcuni c’è “spreco” se componenti alimentari sono destinate a rifiuto, mentre per altri è assolutamente il contrario. Analogamente, ci sono famiglie che tengono il televisore o le luci sempre accese, anche in casi di non particolare ricchezza: per alcuni questo è uno spreco in termini economici, per altri è uno spreco in relazione all’impatto ambientale che quel comportamento determina, ma altri ancora non lo rilevano come spreco: lo stesso identico comportamento può essere valutato in maniera diversa, a seconda del grado percettivo dell’osservatore.
Possiamo quindi individuare il motivo per cui sul cibo, forse per un condizionamento ancestrale (presente nei nostri geni), la sensazione di spreco si fa marcata: c’è una maggiore percezione dello spreco perché il cibo è necessario al nostro sostentamento.
Se abbiamo considerato la creazione di rifiuti alimentari da parte dell’industria, della grande e piccola distribuzione, dei dettaglianti e degli artigiani alimentari, dobbiamo dunque considerare anche il consumatore finale ed i suoi stili di vita, valutando le ragioni per le quali egli getta un alimento. Le ragioni sono sostanzialmente riconducibili a queste:
- acquisto eccessivo (magari per aver ceduto alle offerte o approfittato degli sconti quantità dei negozi e dei supermercati, nelle loro ben congegnate campagne pubblicitarie);
- acquisto errato;
- prodotto andato in scadenza;
- prodotto andato a male;
- prodotti non gradito;
- prodotto danneggiato a seguito del trasporto o per altre cause che ne rendono inopportuno il consumo.
Per completezza, una parte del fenomeno “rifiuti alimentari” va ascritto al fatto che lo stile di vita è cambiato negli anni e nelle famiglie, che i single hanno sempre meno tempo da dedicare alla preparazione dei pasti e che non c’è più l’abitudine di recuperare gli avanzi. Quindi il fattore “tempo” ha una grande influenza sulla quantità ed il tipo di prodotto che viene acquistato.
Senza indugiare su riflessioni sui rapporti tempo disponibile–tipo di attività lavorativa– reddito, si può capire che chi ha un reddito elevato può acquistare cibi che hanno una maggiore convenience o alto contenuto tecnologico, ad esempio un pasto già pronto. Questi cibi hanno, molto probabilmente, un più alto costo ambientale, anche se non è detto che ci sia una maggiore quantità di rifiuto alimentare. Dall’altro lato, molti soggetti a reddito basso, pur non avendo tempo, comprano prodotti poco costosi con il rischio che questi vengano poi gettati perché non buoni dal punto di vista organolettico e difficilmente riutilizzabili.
Da analizzare ci sono anche le abitudini di consumo. Quando le situazioni economiche e sociali cambiano, costringono i consumatori a cambiare abitudini. Negli ultimi anni, a seguito delle crisi finanziarie, dell’aumento della popolazione mondiale, della tensione sui prezzi dei prodotti alimentari, la competizione per gli spazi agricoli tra chi vuole produrre derrate agricole o biocarburanti, si sono introdotte campagne per un consumo alimentare più consapevole. Questa necessità di “riformulare le menti” della gente e cambiarne le abitudini alimentari è cruciale, perché, se non si sta attenti, non ci saranno risorse neanche per le fasce medie della popolazione e, per assurdo, neanche per quelle più ricche se la tensione sul reperimento delle fonti alimentari si facesse troppo alta. Tutto ciò sia per quel che riguarda la disponibilità di cibo ma anche (soprattutto) per i problemi di inquinamento ed eco-sostenibilità della vita sul pianeta. In poche parole, si fa sapere alla fascia ricca o media che deve iniziare a recuperare modalità di consumo ormai dimenticate per mantenere lo standard di qualità della vita al quale si è abituata.
Le risposte a queste campagne mediatiche si sono tradotte in nuove tendenze alimentari:
 - Richiesta della produzione di tipo biologico, sia in ristorazione collettiva che per il consumo privato.
- Richiesta di prodotti definiti a “km zero”.
- Indirizzamento della popolazione sull’acquisto di prodotti stagionali.
- Riscoperta della modalità di recupero degli alimenti.
- Ridefinizione delle diete indirizzate alle giuste scelte nutrizionali e riduzione del consumo di carne e grassi a favore di frutta e vegetali ricchi in fibre.
- Creazione dei gruppi d’acquisto.
- Richiesta di prodotti freschi e non trattati.
- Coltivazioni di orti privati e anche su suoli comunali e nelle scuole.>>
(Testo tratto dal libro "Il Piatto Piange" di Andrea Meneghetti vedi qui)