A seguito di questo articolo del Corriere della Sera posso dire che nel mio libro questo argomento è trattato in maniera concisa ma efficace nell'ambito dello sfruttamento dei lavoratori della grande distribuzione alimentare con una predittiva situazione rispetto l'azienda COOPCONSUMATORI.
Sarebbe necessaria un'analisi più generale, anche sull'uso di personaggi televisivi per alterare la percezione del cliente mascherando il processo di sfruttamento. Inoltre ci sarebbe da valutare anche il personaggio "Luciana Litizzetto" che si definisce di sinistra e fustiga volgarmente le ipocrisie degli altri per poi essere lei stessa una delle più assurde icone presenti nella televisione italiana; l'unico personaggio a cui è consentito l'utilizzo del turpiloquio senza che nessuno eccepisca nulla. Questo però esula totalmente dagli argomenti trattati in questo blog.
Ecco qua però il passaggio del libro che analizza queste problematiche:
<< - Sfruttamento dei lavoratori nei punti vendita. Di casi in cui i lavoratori dei punti
vendita sono pagati poco, fanno orari difficili (lavorare anche la domenica), vengono
spiati sul luogo di lavoro si parla molto sulle pagine dei giornali. Tutte queste
situazioni sono acuite dalle tensioni competitive nel settore portando a volte, per
cercare di aumentare la produttività, riduzioni delle libertà personali. Senza cercare di
fare una casistica esaustiva richiamiamo semplicemente due casi: Coopconsumatori
(caso italiano) e Wal-Mart (caso nordamericano).
Il caso delle COOPconsumatori è interessante perché da enti di solidarietà
operaia e sociale, sono diventate delle boutique alimentari dove i nuovi operai e le
nuove classi del precariato italiano non possono permettersi di acquistare. Tra l’altro,
la creazione di un prodotto di alta qualità comporta sulla filiera l’utilizzo di pratiche
produttive che sfruttano gli addetti in modo notevole a vantaggio dell’acquirente
finale, ma a discapito della qualità della vita dei lavoratori. Fare il nome di un’azienda
ed esporre un caso è sempre imbarazzante perché bisognerebbe parlare anche delle
altre decine di casi delle ditte concorrenti, ma si è scelto il caso Coopconsumatori
perché molti dei loro messaggi aziendali hanno un carattere di eticità e questa
azienda è nata con un forte senso etico, il che rende interessante vederne il
cambiamento e l’evoluzione.
Il caso della Wal-Mart, per quel che riguarda un’ottica più vasta, viene richiamato
per gli stipendi bassi pagati ai dipendenti, per le differenze di salario tra uomini e
donne, per l’esclusione del sindacato nella contrattazione dei salari e della difesa dei
diritti dei lavoratori. Inoltre si è scoperto l’utilizzo continuativo di dipendenti non in
regola (anche se magari risultano chiamati da ditte esterne). Con l’importazione
dall’estero (soprattutto da paesi asiatici) di prodotti a basso prezzo, la Wal-Mart ha
influenzato tutta l’economia del settore in Nord America (non prettamente
alimentare), tanto da far coniare al New York Times la parola “Wal-Martizzazione”
per la società americana.>>
Tratto dal libro "ILPIATTO PIANGE" di Andrea Meneghetti
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lunedì 26 novembre 2012
COOP, Luciana Litizzetto e lo sfruttamento dei dipendenti
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giovedì 12 luglio 2012
Critica alla Food Policy 2/2
<< .........
Questo bias etico si esprime anche nella ricerca di una formula magica che risolva, completamente e definitivamente, il problema alimentare e i dubbi etici che si porta dietro. Nel seguente passaggio si realizza almeno che si riconosce una certa difficoltà per individuarla: «Non c’è un singolo fattore che determina la povertà alimentare e le ingiustizie; nessuna “pallottola magica” può mutarli» (Lang et al., 2009:265). Ma il punto da analizzare è perché si dovrebbero trasformare questi fattori, perché cambiare un sistema che va in una certa direzione da milioni di anni. La presenza di un bias etico è evidente. Si imposta una analisi distorta della realtà in cui si vive e si crede di avere le potenzialità e la possibilità statistica di creare una situazione ideale, o meglio, idealizzata.
E ancora: «La formula favorita [per risolvere la crisi alimentare globale] fu molto ripetuta dai differenti interessi: liberalizzazione del mercato; l’ingiustizia delle regole del mercato; il bisogno dei cibi GM [geneticamente modificati] e altre soluzioni tecnologiche; il caso delle aziende agricole di piccola scala; il caso pro e contro i biocarburanti; il ruolo della speculazione; e più. […] Ci sono una miriade di queste opzioni: intensivo o biologico? Cibi funzionali o cambio delle diete? Biocarburanti o cibo?» (Lang et al., 2009:45). Il loro numero ci svela ancora una volta che non c’è una soluzione, anche perché sarebbe da chiedersi che cosa dovremmo mai risolvere; il mondo biologico ha dei limiti che non possono essere superati e vanno accettati.
Sicuramente ci sarà l’attuazione, anche parziale, di alcune di queste opzioni che, come unica conseguenza probabile, procrastineranno il momento del collasso del pianeta, riorganizzeranno la tensione competitiva, sposteranno il problema su altri fattori.
Dato che il collasso non avverrà in tempi brevi, è giusto che queste food policies agiscano per dissimulare e rendere meno pesante la realtà; bisogna capire però che, se prese troppo sul serio ed applicate su larga scala come una panacea, possono creare dei gravi scompensi dal punto di vista produttivo, oltre che creare limitazioni all’espressione dei singoli e delle loro libertà, con conseguenza ultima la riduzione dell’evoluzione dell’uomo.
Chi deve, quindi, gestire sia le crisi alimentari che le utopie dei cittadini, sono i governi: «Nonostante le ampie connessioni, pochi governi sposano apertamente il bisogno di ridurre le ineguaglianze della distribuzione dei redditi, per paura di mandare segnali antimercato» (Lang et al., 2009:270).
Forse non è solo questa paura il motivo per cui non si riducono le ineguaglianze. Infatti, è proprio la struttura delle ineguaglianze che crea la ricchezza. Per spiegare questa affermazione, possiamo aiutarci con alcuni esempi concreti, il primo mutuato dalla chimica: le differenze di concentrazione di due soluzioni danno un certo potenziale chimico che può essere sfruttato dall’uomo (vedi le batterie delle auto e dei congegni elettronici); ma anche un composto più o meno concentrato o raffinato consente l’efficacia di molte reazioni utili sia in campo industriale che farmaceutico. In campo biologico, la possibilità della compartimentazione e del mantenimento di disuguaglianze e differenze nei vari mezzi e liquidi biologici (membrane cellulari) ha consentito lo sviluppo della vita sulla terra. Dal punto di vista architettonico, le diseguaglianze sociali hanno garantito la possibilità di creare i più bei monumenti sia per quanto riguarda l’aspetto ingegneristico (ad esempio la Reggia di Versailles) che per l’aspetto artistico (avere la possibilità di pagare un artista, o la possibilità di una società di avere al suo interno degli artisti, comporta delle diseguaglianze nella distribuzione economica ma anche nella distribuzione delle competenze da svolgere nella stessa).
Dunque le diseguaglianze sociali sono state e sono sempre presenti e funzionali alla ricchezza ed il compito dei Governi, oltre a mantenere il conflitto ad un livello accettabile, è anche quello di dissimulare le differenze sociali e far credere che ci sia una generale possibilità di scelta da parte del consumatore:
«La linea programmatica pubblica, di certo, si interessa degli aspetti comportamentali e del consumatore riguardo il cibo, e gli stati raccolgono i dati delle spese e dei consumi, ma di solito questo è fatto in maniera limitata e non nel modo famelico con cui lo fa il settore economico. I ministri diranno che la scelta alimentare è concessa, un pilastro sacrosanto della politica alimentare; il diritto individuale alla scelta alimentare è sommo. Nessun pubblicitario, comunque, prende questa posizione semplicistica; i distributori e l’intera industria interessata vogliono sapere che cosa determina la scelta, quanto ampia è e se ogni persona la applica alla stessa maniera, come e quando il comportamento cambia. […] Ignorare questa dimensione [sociale del cibo] vuole dire distorcere la realtà e anche restringere il potenziale dello sviluppo delle linee programmatiche» (Lang et al., 2009:224).
Ancora una volta dobbiamo sottolineare che il cibo è un prodotto sul quale i vari operatori della catena vogliono (e devono) guadagnare. La posizione dello Stato e delle sue linee programmatiche, quindi, non ha la funzione di difendere il consumatore, ma di gestire il fenomeno, mantenendo accettabile il rapporto tra sfruttatore e sfruttato. Le varie dichiarazioni di sovranità alimentare e di diritti al cibo da parte dei responsabili politici hanno la funzione di ridurre le tensioni e dare un contentino a chi realizza di non avere possibilità di scelta. Proporre una visione edulcorata della realtà consente di controllare la situazione, di orientare i consumatori verso scelte negative per la loro salute o limitanti la loro libertà personale, ma funzionali al sistema economico.
Contemporaneamente società e Stati mettono in atto attività che dovrebbero servire a risolvere i vari problemi della catena alimentare, compreso il problema della fame; «Molte società hanno un miscuglio di misure che mancano di coesione» nota Lang. E infatti, esse non servono a risolvere nulla, ma calmano gli animi mettendo una pezza di volta in volta, dove serve, facendo credere che si stia facendo qualcosa.
«Sarebbe inappropriato lasciare l’esposizione sul WFP [World Food Programme] e il suo ruolo di aiuto alimentare nelle crisi. Dietro un sipario di sentimento umanitario e apparente successo nelle crisi [umanitarie] può risiedere qualche dubbiosa pratica e meno altruistiche motivazioni. L’aiuto alimentare è stato criticato per il fatto di essere corrotto, troppo legato agli interessi occidentali, collegato agli interessi dell’Agenzia, dominato da élite locali e che manca di raggiungere coloro che maggiormente ne necessiterebbero. […] I critici dichiarano che l’aiuto è diventato routinario, un’industria e non una soluzione» (Lang et al., 2009:274).
Il WFP è uno strumento che da un lato serve per placare gli oppressi e dall’altro riesce a schermare i sensi di colpa della società opulenta, è quindi strettamente funzionale alla struttura sociale mondiale e di conseguenza locale quando agisce in determinati modi. Ne risulta un chiaro esempio di come deve funzionare la politica di aiuto alimentare inserita nella più ampia programmazione pubblica. Non deve quindi risolvere alla base problemi che non potranno mai essere risolti, ma garantire la prosperità delle società e consentire che le differenze sociali siano mantenute ad un giusto grado.
Arriva tuttavia un momento in cui è comunque necessario trovare nuove forme, sempre più raffinate, di controllo sociale; si accorgono in troppi che le azioni messe in atto non funzionano davvero, come è stato dichiarato in relazione al WFP da un autore che dovrebbe essere tra i promotori di queste azioni. A seguito di maggiori informazioni fornite da parte dei media, di modifiche dell’empatia nelle società e quindi della strutturazione di nuove percezioni, anche la food policy deve modificarsi per funzionare: «[…] ci sono episodi di cambiamento delle linee programmatiche che stanno accadendo, che segnalano la crescita di consapevolezza delle prerogative della salute pubblica ecologica […] Comunque, questi processi di cambiamento nella food policy sono complessi e hanno ancora molta strada da fare» (Lang et al., 2009:96). Quest’ultima affermazione è molto interessante perché pone già le basi per giustificare, nel futuro, il fallimento nei risultati ricercati.
Infatti per definizione la food policy si pone obiettivi utopici, che devono comunque essere spiegati anche nei loro fallimenti “congeniti”, altrimenti verrebbe meno l’efficacia delle politiche; ne deriva che le sue modifiche sono legate all’esigenza di adattare le politiche all’evolvere della società. Dunque, nell’analisi di questo tipo di fenomeni, c’è sempre da valutare se l’obiettivo dichiarato sia quello realmente ricercato e se i presupposti del ragionamento siano corretti.
Il seguente passaggio esprime con una certa chiarezza quali sono le problematiche che si devono gestire in questo periodo storico: «La sfida che noi affrontiamo ora è come incoraggiare – velocemente ma sensibilmente – la produzione, distribuzione e il consumo di un bene migliorante la salute e una dieta basata su principi ambientalisti» (Lang et al., 2009:3). Questo è un obiettivo utopico e fasullo, creato per illudere che ci possa essere una soluzione alla lenta distruzione del pianeta e delle sue risorse, e che ci sia un’attenzione per i bisogni del consumatore. Ed infatti, qualche pagina dopo, troviamo: «La prova, per le food policies, è se possano fornire un sistema alimentare sano, sicuro, salubre, sostenibile, produttivo e giusto». È chiaro che è impossibile, ma prevale l’esigenza sociale e individuale di credere che lo sia, per alleviare i dubbi etici conseguenti alla percezione della violenza e della sofferenza insite nel processo produttivo e delle ingiustizie e devastazioni che ne sono l’effetto.
Tra l’altro, gli obiettivi ideali si scontrano con le direttive che ad esempio arrivano da chi indica linee dietetiche che mal si sposano con l’eccessivo popolamento del pianeta: «La scienza della nutrizione ora manda segnali complessi ai creatori delle politiche, ed un dubbio potrebbe essere espresso come se questa più sofisticata comprensione fosse un esempio del problema della cacofonia della linea programmatica, dove voci in concorrenza, ognuna con buona evidenza, fallisce nel fornire una coerente politica» (Lang et al., 2009:101-102). Forse, la mancata coerenza della food policy è da ricercare negli errati presupposti di partenza, o meglio in presupposti di convenienza che servono solo a distogliere l’attenzione da una realtà difficilmente accettabile. È evidente che chi auspica determinati livelli nutrizionali si scontra con chi richiede un sistema produttivo sostenibile, solo per fare un esempio; ne deriva che la richiesta di un’azione varia tra i diversi attori perché ognuno ha una visione parziale e settoriale.
«Un enigma (quantità versus qualità; produzione di cibo versus il suo impatto ambientale) corre attraverso la moderna food policy» (Lang et al.. 2009:49).
Se i presupposti del ragionamento continueranno ad essere errati, è chiaro che di questi enigmi ne troveremo lungo tutta la catena agroalimentare. La loro individuazione e la ricerca di potenziali soluzioni agli stessi riempirà le giornate di coloro che, già ben nutriti, non avranno interesse ad affrontare in maniera scientifica tutti questi argomenti. Così otterranno di distogliere l’attenzione dai veri punti cruciali del ragionamento, permettendo il mantenimento dello status quo delle cose. Nel frattempo coloro che chiedevano più considerazione perché stavano morendo di fame, invecchieranno e moriranno o vedranno l’annichilimento delle loro istanze, la forza delle loro richieste sempre più debole. Ma coloro che vedono in questi “filosofi” i punti di riferimento delle loro richieste etiche saranno rasserenati e continueranno a vivere le loro vite impattanti sul sistema ecologico pulendosi la coscienza con un’offerta di beneficenza a Natale.
Se questi “filosofi” si limitassero alla loro funzione sociale sarebbe importante, invece eccedono nella loro ricerca di soluzioni con conseguenze anche deleterie. «L’argomento qui analizzato è che la moderna creazione di politiche affronta una complessità considerevole per quel che riguarda come il cibo dovrebbe essere ed è coltivato, processato, distribuito e consumato» (Lang et al., 2009:8), ma questo ricercare come dovrebbero essere fatte le cose e cercare anche di realizzare un processo produttivo, eticamente mediato, è molto rischioso. Si vogliono trovare realmente delle soluzioni (che non ci sono) al problema alimentare ma soprattutto si vuole realmente applicarle: «Questo [criterio di salute ecologica pubblica] richiede di aiutare i consumatori a condurre e mangiare all’interno di una nuova cultura etica alimentare, dove l’etica e la moralità si fondono con la giustizia sociale. Di più, questo richiede un approccio interdisciplinare, con indicatori sia sociali che biofisici» (Lang et al., 2009:51).
È evidente l’approccio sbagliato e distorto all’etica che peraltro, quando applicato, da subito creerebbe una diatriba sulle fasce di popolazione alle quali imporre eventuali restrizioni: solo le fasce povere o anche i ricchi? L’introduzione di limiti crea ingiustizie e restrizioni alle libertà personali oltre quelle esistenti, anche se più o meno percepite o diversamente rivendicate. Eppure, nel momento in cui si voglia mantenere un sistema “giusto” (artefatto), sarà necessario esercitare pressioni psicologiche o coercitive, con dispendio di energie; oppure ci sarà la creazione di altre violenze fisiche. La conseguenza è di andarsi a cacciare in un vicolo cieco, per il fatto che non si è accettato il fatto che la creazione ed il reperimento del cibo sono tutto tranne che “giusti” per come l’intende la nostra etica e quindi sarebbe meglio che queste “food policies” si limitassero dichiaratamente a far credere (come la maggior parte delle volte accade), a chi ne ha bisogno, che si stia facendo qualcosa.
«Almeno fino alla fine del ventesimo secolo, c’era sufficienza di offerta. Ma la continua esistenza di malnutrizione, carestie e morti premature dovute alle carenze [alimentari] suggerisce che produrre a sufficienza non è la stessa linea programmatica del distribuirlo equamente» (Lang et al., 2009:46). Qui il punto da sottolineare è che non è detto che la produzione debba essere distribuita e soprattutto in modo equo.
«Nel 1970 e 1980, iniziammo anche a riconoscere il fatto che la moderna food policy è solo in parte a proposito del se e come la produzione di cibo può essere aumentata; l’altra parte è a proposito di cosa è prodotto e consumato e quanto equamente» (Lang et al., 2009:35). Ancora una volta: che significa “equamente”? Quando un prodotto può essere considerato equo? E lo è in modo assoluto o lo si deve considerare solo da un punto di vista dell’etica?
La giustizia sociale è un artificio etico, non è presente in natura. Serve all’uomo per sentirsi in equilibrio con se stesso. Ed infatti non è espresso da tutte le popolazioni e da ogni soggetto nella stessa maniera e agli stessi livelli.
Analogamente, appare un artificio il concetto di “democrazia alimentare”, «termine che si riferisce al lungo processo di battaglia per il miglioramento nel cibo per tutti, non i pochi, che incorpora il principio della cittadinanza alimentare con i diritti e le responsabilità che questo porta» (Lang et al., 2009:51).
Colpisce ancora che siano gli Anglosassoni a chiedere giustizia, rispetto e libertà, col loro pesante bagaglio storico. Ma questa non vuole essere una sciocca polemica anticolonialistica; infatti, se si riuscisse a sciogliere questo controsenso, si potrebbe forse individuare una raffinata ed efficace scuola di potere che tramite etica, uso della forza e creazione di illusioni mediatiche, è riuscita a governare il mondo. Un aspetto interessante che si può individuare è che spesso le popolazioni anglofone, a differenza di quelle latine, “chiedono scusa” e fanno pubblica ammenda dei danni che hanno commesso nel loro passato (danni comunque leciti nel senso che sono stati fonte di prosperità). C’è sempre un doppio binario tra etica personale e morale sociale, e quest’ultima viene costantemente disattesa per raggiungere gli interessi personali finché non si viene scoperti: in quel momento ci sarà la presentazione delle scuse e la pubblica gogna (le famose lacrime di coccodrillo). E, come si è visto, nel contempo il meccanismo della beneficenza, molto ben strutturato in quelle società, verrà a sostegno delle coscienze giustificando la ricchezza economica ottenuta a discapito di altri.
Un altro punto vale la pena d’essere ulteriormente trattato: l’impossibilità di risolvere dei problemi per forze di causa maggiore facendo credere, invece, di avere trovato una soluzione. Anche nella food policy si cercano delle soluzioni a situazioni immutabili (come la fine della fame nel mondo) con la costruzione di castelli ideologici fittizi, con presupposti assurdi analizzati e rianalizzati per scaricare l’ansia e l’incertezza che nasce dal dubbio etico. Si profilano così soluzioni illusorie ma bellissime (come appunto la fine della fame del mondo) e ci si attiva, senza molta convinzione, per poter dire di averci provato. Dopo qualche anno si dichiara che a causa di condizioni avverse, non si è riusciti a portare a termine il progetto; così intanto sono passati 10-20 anni, le coscienze sono a posto, le cose sono rimaste invariate e prospere per coloro che avevano il potere, e alcuni di quelli che si lamentavano non ci sono più.
In conclusione, le food policies offrono soluzioni temporanee, che hanno anche degli effetti nel breve termine ma non risolvono il problema dell’iniquità della distribuzione delle risorse, problema ineliminabile perché fisiologico della società e dell’umanità; si traducono così in venditori di sogni.>>
(Testo tratto dal libro "Il Piatto Piange" di Andrea Meneghetti vedi qui)
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lunedì 9 luglio 2012
Critica alla Food Policy 1/2
<< Caso studio: critica alla Food Policy
Nei Paesi di lingua anglosassone e precisamente in Gran Bretagna, esiste un movimento culturale che possiamo ricondurre al termine di Food Policy, che ha lo scopo fondamentale di analizzare, dal punto di vista filosofico, il sistema alimentare mondiale e di considerare e cercare di risolvere le varie tensioni presenti a livello di produzione, distribuzione e consumo del cibo. Il più importante esponente di questo movimento è Tim Lang della City University of London.
Nel suo recente libro, che prenderemo a riferimento per questo paragrafo, la food policy viene definita come «lo studio delle linee programmatiche alimentari […] La creazione delle politiche influenza chi mangia cosa, quando e come; e se le persone (e gli animali) mangiano e con quali conseguenze. L’ambito di ricerca della food policy si estende da come il cibo è prodotto e coltivato a come è processato, distribuito e consumato; dalle strutture che modellano la fornitura di cibo, a quelle che determinano salute e ambiente; dalle scienze e processi che liberano i potenziali alimentari, alla amministrazione formale e i gruppi di potere che cercano di controllarla; dall’impatto che la dinamica sistemica alimentare ha sulla società, al modo in cui le sue richieste sono concesse nella creazione delle politiche stesse. L’importanza e lo scopo nello studio della food policy, quindi, è di aiutare a dipanare le complesse relazioni tra cibo e questi altri domini di esistenza con lo scopo di rendere ciò che è altrimenti implicito (o nascosto dietro le quinte) più esplicito, aperto e democraticamente spiegabile» (Lang et al., 2009:21-22).
Ora, se la definizione scientifica dell’ambito operativo può essere condivisa – perché lo studio delle dinamiche alimentari serve alla società – gli scopi dichiarati soffrono di una prospettiva utopistica oltre che insostenibile, perché, se si rendessero veramente esplicite certe dinamiche, il sistema non reggerebbe più.
Dunque, visto che nella realtà non si realizzeranno mai questi obiettivi, iniziamo con l’avanzare una prima critica dicendo che l’effetto ultimo di questi studi, ma soprattutto delle soluzioni proposte, è di fare ancora più confusione; infatti, da un lato si puntella meglio un sistema iniquo e dall’altro si gratificano psicologicamente coloro che necessitano di un certo tipo di risposte ai loro dubbi etici.
Ma la definizione di food policy ha dei pregressi: «Il libro di John Tarrant Food policies pubblicato nel 1980 fu uno dei primi libri che tentarono di applicare il rigore accademico all’analisi della corrente linea programmatica alimentare, restando distaccato dal processo di creazione di queste politiche ma chiaramente coinvolto con i problemi dello sviluppo e ambientali. Tarrant, sorprendentemente, a malapena definì la food policy. Il significato è lasciato implicito. La funzione della food policy è propria degli anni 1970: nutrire più persone, equamente e quantitativamente, con una concentrazione sullo sviluppo. Il suo uso del plurale – policies e non policy – nel titolo, sottolinea che gli era chiaro che il cibo è qualcosa che è conteso da interessi in concorrenza. Lui è ugualmente chiaro su cosa include e definisce la food policy: “Due spettri strettamente correlati perseguitano il mondo del futuro: carenza di cibo e carenza di energia. In entrambi i casi la tendenza del consumo mondiale sembra superare la nostra capacità di produrre”» (Lang et al., 2009:33).
Emerge quindi la consapevolezza di una problematica di fondo e se ne deduce il bisogno di creare strutture che confondano la popolazione lasciandola nell’inconsapevolezza di questa drammatica situazione in concomitanza con il mascheramento del violento processo messo in atto per il suo sostentamento. Ed infatti: «L’alleviamento della fame e della povertà è stato il punto principale nella definizione di cosa è la food policy, dando all’obiettivo un senso morale» (Lang et al., 2009:253). Con l’introduzione delle componenti morali, si cerca automaticamente la giustificazione etica ai propri comportamenti.
È chiaro che sostenibilità ed equità sono obiettivi utopici in campo agroalimentare; il fatto interessante è che sia proprio il modello di colonizzazione anglosassone, che ha creato violenze e sofferenze, ineguaglianze, schiavismo, sfruttamento sconsiderato, a partorire idee del genere. La spiegazione, come si è visto, rientra tanto nella necessità di individuare dei meccanismi per pulirsi la coscienza, quanto nella continuazione dell’opera di sfruttamento attraverso la creazione di realtà illusorie per chi è sfruttato. Ma anche parti della stessa società sfruttante necessita di giustificazioni e alleviamenti del dubbio etico per azioni delle quali non ci si vuole assumere la responsabilità. Si mettono così in atto tutta una serie di azioni che non possono avere gli esiti dichiarati perché basate, fondamentalmente, su presupposti aleatori, utopici, o fuorvianti, mentre i soggetti che hanno messo in atto la politica alimentare (seppur fallimentare come vedremo più avanti) si sentono sgravati dalle colpe delle loro azioni. Si troveranno solamente dopo delle scusanti o dei capri espiatori, si farà ammenda pubblica per i fallimenti, quando però altri ne avranno già pagato il prezzo, e così il meccanismo continuerà all’infinito, con un suo equilibrio ed una sua dinamica.
«La food policy nel 21esimo secolo […] dovrà erogare un sistema alimentare a basso impatto, far convergere i bisogni sociali e culturali della società, aumentare la biodiversità, essere socialmente giusta, contenere e ridurre le malattie correlate alla dieta e così via. Alcuni argomentano che questo può essere fatto all’interno delle esistenti economie capitalistiche; altri che questo richiede un riorientamento delle regole» (Lang et al., 2009:7).
Tutto ciò non può esistere per definizione in termini di vita e di biologia. E non c’entra assolutamente con il tipo di sistema economico che viene messo in atto, né tanto meno con particolari tipi di produzioni che hanno altre funzioni e al massimo rimanderanno il problema per qualche tempo.
«La sfida per la food policy del 21esimo secolo è come indirizzare le diseguaglianze all’interno, tanto quanto tra i Paesi. Una espressione è il movimento per il commercio equo, che cerca di raccogliere il finanziamento che viene ripagato al produttore primario dal consumatore finale. Il commercio equo è una risposta alle realtà alle volte dure del commercio “libero” e dello sfruttamento nel processo lavorativo» (Lang et al., 2009:50).
In realtà è un modo per sentirsi meglio. Il commercio equo non cambia sostanzialmente il sistema del “commercio libero”, non ne scalfisce la forza, ma anzi aiuta la società ad accettarlo, riducendo le tensioni che crea nella società “ricca”.
«Le richieste di salute ecologica pubblica del 21esimo secolo sono per fornire qualità, non solo quantità; per la sopravvivenza a lungo termine del pianeta, non solo nutrire le persone qui ed ora; per percorsi complessi più che semplici tra cibo e salute (malattia); per la giustizia alimentare intra- e inter-sociale» (Lang et al., 2009:143).
Per chiarezza è meglio qui ricordare che la giustizia alimentare e l’equilibrio alimentare sono due cose diverse. La giustizia alimentare è un costruzione etica fittizia, mentre l’equilibrio alimentare è dove si pone la domanda alimentare che viene soddisfatta, rispetto all’offerta di cibo. Il sistema mondo, per l’occhio umano, potrebbe essere fortemente in disequilibrio, ma in termini biologici può essere in equilibrio nel momento in cui le varie specie rimangono in numero costante o in una crescita costante, nonostante ci siano individui che soccombono. Un sistema alimentare in disequilibrio può creare dei dubbi etici nell’uomo (e quindi essere considerato ingiusto) ma non è detto che non sia virtuoso. Tutte le nozioni di giustizia, diritti, sostenibilità, distribuzione delle risorse alimentari sono fortemente fuorvianti anche se hanno un grandissimo valore per capire le dinamiche della società e i rapporti di forza e potere al suo interno.
«Una food policy adeguata al 21esimo secolo deve essere sensibile a questo mondo complesso del comportamento e della cultura alimentare. L’educazione alla salute, come noi abbiamo mostrato in più esempi, può essere iniziata con buone intenzioni ma col piede sbagliato trascurando e sottovalutando la cultura [locale]. La food policy ha molti esempi di buone intenzioni che hanno portato a conseguenze non previste e fallimenti dovuti a insensibilità culturale [nei luoghi di aiuto come il Terzo Mondo]» (Lang et al., 2009:245).
Non si riesce a capire come non ci si renda conto che questi fallimenti ed effetti negativi avvengono non tanto per insensibilità culturale, ma perché vi è stata una distorsione nelle valutazioni, causata da un approccio etico particolare (bias etico): si crede di risolvere problematiche che in realtà sono condizioni fisiologiche della società, con la conseguenza di andare ad alterare un equilibrio (alimentare ed economico, seppur ingiusto agli occhi dell’uomo), cosa che non può dare se non conseguenze indesiderate, anche più gravi della malnutrizione che si voleva andare a risolvere.>>
(Testo tratto dal libro "Il Piatto Piange" di Andrea Meneghetti vedi qui)
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domenica 13 maggio 2012
Ortoressia Nervosa 3/3
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“Food rules my life”. La vita dell’ortoressico è regolata dal cibo e dalle modalità di consumo dello stesso. Gli aspetti che dobbiamo contemplare in quest’ottica sono i fattori “tempo” e “spazio” che creano un limite all'esistenza del soggetto. L’esigenza di essere sempre esattamente sicuri di ciò che si sta mangiando impone, a chi è affetto da questa nevrosi, di non avere degli “imprevisti alimentari” e quindi si impongono limiti di spostamento (non si può viaggiare) oltre al già menzionato problema relazionale per il quale non si può accettare un invito a cena per paura di cosa potrebbe essere servito. Un esempio dell’estremizzazione del comportamento ortoressico è offerto da quei soggetti che non bevono più neanche l’acqua delle bottigliette e cucinano solo con acqua filtrata (a parte il fatto che una quota dei sali minerali necessari alla dieta derivano proprio dall’acqua di rubinetto, ci si chiede come potrebbero queste persone prendere un aereo). Si perde quindi la capacità di spostarsi, di muoversi: è un limite sociale e vitale.
L’altro aspetto da considerare è che la ricerca e il reperimento del cibo “giusto” ed i metodi di preparazione del pasto “rubano” a questi soggetti molte delle ore della giornata, limitando quindi la possibilità di fare altre cose, tra cui anche gratificarsi o rilassarsi. Se andiamo a valutare poi uno dei consigli base per una corretta alimentazione, cioè la varietà nell’apporto alimentare, questo può essere uno dei fattori maggiormente disattesi dagli ortoressici. Ricordiamo che molte malattie possono sorgere da meccanismi e consumi ripetuti. Si denota quindi, in queste persone, l’esigenza di controllare tutto forse proprio perché non c’è niente di controllabile nella vita e gli eventi del mondo vanno per loro conto. In questa malattia si identifica il riflesso di una società ansiosa in maniera eccessiva.>>
(Testo tratto dal libro "Il Piatto Piange" di Andrea Meneghetti vedi qui)
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sabato 12 maggio 2012
Ortoressia Nervosa 2/3
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Il termine ortoressico deriva dal greco ortos che ha i significati di “diritto”, “giusto”, “corretto” e órexis che vuol dire “appetito”. Di particolare interesse è l’uso dei termini perché i dualismi che si incontrano in questo disturbo che si riflette sul cibo ci illuminano sul fatto che ci troviamo in una patologia che coinvolge la sfera etica: cibo “buono-cattivo”, alimento “giusto-sbagliato”, dieta “corretta-scorretta”, pasto “sano-insano”, cibo che “fa bene-fa male”. Dualismi terminologici che da sempre caratterizzano l’etica. Infatti molto probabilmente quello che fa scaturire questo disturbo riguarda un problema educativo-culturale: da un lato si è abituati a seguire i dettami dell’autorità (ma anche le regole della religione) e dall’altra si viene bombardati dai messaggi dei media, magari contrastanti, e non si riesce più a capire a chi bisogna credere e che cosa è giusto fare. Anche i messaggi in campo alimentare sono però contrastanti, con conseguente perdita della prospettiva, per una personale concezione e percezione, di cosa sia un cibo “sano”.
Si crea quindi un comportamento ossessivo e irrigidito su certe posizioni che porta ad uno sbilanciamento della dieta, più che ad una sotto-nutrizione. Questo è un punto particolarmente importante dato che, per buoni tratti della vita del soggetto ortoressico, dall’esterno non ci si rende conto che c’è qualche problema psicologico che si riversa anche sulla fisiologia, perché il peso corporeo è ancora adeguato alla persona; solo nel momento di eventuali analisi cliniche si scoprono degli scompensi di tipo nutrizionale. Dal punto di vista fisico, le conseguenze dell’ortoressia possono essere svariate, visto che i tipi di diete cambiano da soggetto a soggetto, contemplando restrizioni specifiche a seconda dell’intorno percepito. Le conseguenti carenze che si determinano, purtroppo spesso evidenti solo dopo molto tempo, sono in genere squilibri elettrolitici, avitaminosi, osteoporosi, atrofie muscolari e altri problemi fisici che spesso richiedono lunghi periodi di correzione alimentare per il recupero, talvolta interventi persino di ospedalizzazione, e altre volte sono condizioni irreversibili.
Un esempio di un componente alimentare che può essere frainteso nelle quantità di consumo da un ortoressico, potrebbe essere quello della vitamina A: se viene consumata in dose eccessiva può dare allucinazioni, ma i “dettami” che appaiono sulle riviste patinate dicono di consumare tanta vitamina A perché fa bene alla vista e il carotene, che ne è un precursore, fa bene alla pelle. Si potrebbe sentire un ortoressico che dichiara di bere tanta acqua per “purificarsi”, come in televisione viene ripetuto spesso nelle trasmissioni “sul Benessere”; ma invece bisogna stare attenti perché bere troppa acqua troppo velocemente, magari dopo aver fatto sforzi fisici che hanno fatto sudare, può portare ad iponatriemia. Questi sono solo due degli innumerevoli esempi a cui un ortoressico potrebbe essere esposto a seguito dell’influsso mediatico, ma ci fa capire come ognuno di noi potrebbe fraintendere dettami nutrizionali che ci vengono proposti come dei “toccasana” per la vita, ma invece possono portare al rischio, paventato da molti autori del settore, di una deriva ortoressica della società.
Rimane da capire, nel comportamento dell’ortoressico, questo senso di superiorità e di godimento nel rifiutare il cibo di fronte agli altri, quasi a dimostrare il suo personale coinvolgimento nel mangiare “puro”.
Lo sviluppo nella cultura sociale delle forme complementari di terapia (dieta, sport e movimento ecc.), è un fattore chiave nella diffusione della ortoressia. La ricerca di metodi alternativi alla medicina tradizionale ha individuato nella dieta uno dei più importanti mezzi per il mantenimento della salute. Quello che non è completamente compreso dall’ortoressico è che gli effetti e l’efficacia delle diete sono mediati da fattori genetici e temporali, mentre per lui la dieta diventa un mezzo addirittura salvifico della salute e della vita dell’uomo.
Tra i casi di analisi sociale che riguardano questa malattia ne riportiamo due che ci dimostrano, per il primo che spesso un bias alimentare si riversa anche sui figli, e per il secondo che l’importanza che viene data all’immagine in questa società può essere eccessiva:
- Esistono genitori che per loro sbagliate credenze personali sul cibo (ad esempio che il grasso è sempre cattivo e da togliere dalla alimentazione) causano malnutrizione nei loro figli imponendo una dieta non adeguata all’età dello sviluppo, dove anche componenti considerate dannose (ad esempio per gli anziani) hanno invece la loro funzione.
- Personaggi dello show business, schiavi della loro immagine, controllano in maniera ferrea le loro diete al limite del patologico. Si evince da molti di questi comportamenti un’ansia di fondo personale, ma anche della società intera. Tra l’altro questi comportamenti fanno sorgere altre riflessioni: la prima è che, per l’importanza mediatica che certe persone danno a questi personaggi, i casi di emulazione sono frequenti e gli effetti possono essere catastrofici (specialmente sulle giovani menti); la seconda riflessione è che, per la loro ricchezza, questi personaggi hanno la possibilità di andare oltre il razionale, almeno per periodi più o meno lunghi di tempo, fino al crollo psicofisico che prima o poi arriva, magari quando il riflettori sono ormai spenti ed il vuoto affettivo si è creato intorno a loro (anche perché è proprio un atteggiamento dell’ortoressico quello che lo porta ad allontanarsi da coloro che non condividono la stessa etica alimentare).>>
(Testo tratto dal libro "Il Piatto Piange" di Andrea Meneghetti vedi qui)
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venerdì 11 maggio 2012
Ortoressia Nervosa 1/3
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Ortoressia Nervosa
L’ortoressia nervosa può essere definita come l’ossessione per il cibo salutare. È considerata un disturbo dell’alimentazione ma non è ancora ufficialmente riconosciuta dal mondo psichiatrico e quindi medico. La sua caratterizzazione ha quindi dei confini ancora piuttosto labili e non se ne conoscono tutte le cause e la sintomatologia. La prima morte ufficiale per ortoressia è quella di Kate Finn, scomparsa nel 2003 (Ravizza, Corriere della Sera, 20 aprile 2006). È una patologia che colpisce maggiormente gli over 30, tende ad essere più diffusa tra gli uomini e tra le persone di buon livello culturale.
L’ortoressia può essere considerato un problema psicologico: nevrosi del mangiare sano. Si tratta di un disordine ossessivo compulsivo della personalità che nasce con una sempre maggiore attenzione alla qualità del cibo (a differenza degli altri tipi di disturbi alimentari che danno invece attenzione alla quantità).
Questa condizione patologica è stata per la prima volta descritta nel 1997 dal medico californiano Steven Bratman. L’ortoressico si impone severe restrizioni alimentari che possono arrivare ad includere il divieto di toccare zucchero, sale, caffeina, alcool, frumento, glutine, lieviti, soia, mais e prodotti lattiero-caseari per non parlare di tutti quegli alimenti che nella lista degli ingredienti in etichetta riportano gli additivi che sono introdotti dalla lettera “E” con il loro numero specifico accanto.
L’ortoressico instaura chiaramente un rapporto distorto con il cibo, iniziando a scartare ogni alimento che viene considerato “cattivo” (idea che è del tutto personale, c’è quindi una percezione distorta). I vegani ed i crudisti sono dei seri candidati per sviluppare questa malattia che si annuncia in modo così ossessivo da portare il soggetto ad un senso di superiorità nei confronti del mondo. Si inizia con l’escludere dalla propria dieta i cibi che entrano in contatto (parola chiave) con pesticidi o con qualsiasi additivo artificiale e pian piano i criteri di ammissibilità diventano sempre più restrittivi. Alla fine l’ortoressico consuma il suo pasto in solitudine (caratteristica comune anche all’anoressia e alla bulimia), si isola socialmente e arriva ad assumere una dieta talmente povera da riportare gravi danni sul piano nutrizionale. Gli elementi che fanno “impressione” all’ortoressico non sono le grida di dolore dell’animale macellato o il colore rosso-sangue delle carni, come accade nel vegetariano, ma è la paura di venire contaminato, avvelenato. Viene quindi esclusa aprioristicamente la capacità del nostro corpo di detossificarsi e di auto-equilibrarsi. Quello che sottolinea l’estremizzazione del comportamento e quindi la nevrosi è il fatto che, tra l’altro, non può esistere una contaminazione zero degli alimenti. Inoltre, le tossicità intuíte sono di vario tipo e quindi la ricerca di un cibo “sano” in assoluto nasconde una nevrosi personale: potrebbe essere una negazione del cibo come piacere mascherato da un falso amore per se stessi e per il proprio corpo.
Detto questo, che ricalca a gradi linee ciò che si può finora trovare a proposito di questo disturbo, si propone anche un’altra lettura: l’ortoressico è una persona che tende ad evitare di entrare in contatto con il mondo che è sporco, pieno di ingiustizie e violento. Il cibo rappresenta l’esterno e non voler sporcarsi significa non voler accettare che il mondo sia ingiusto, corrotto, sporco (comportamento mediato dall’etica personale e da una percezione distorta dell’intorno). Non si vuole accettare la responsabilità di fare certe scelte anche dolorose e difficili, si nega quindi che il corpo abbia la funzione di processare il cibo, dividendone le componenti tra quelle utili e quelle dannose; per corrispondenza l’ortoressico non accetta di dover fare determinati compiti, anche gravosi, e di entrare in contatto con realtà sociali che non condivide o che non riesce ad accettare. Ma il vivere e lo stare con gli altri comporta questo sforzo, vitale e necessario. L’atteggiamento dell’ortoressico è però anche, in altri termini, una paura della morte e non soltanto il non voler prendersi le responsabilità della violenza che comporta la vita.
Un altro elemento di estremo interesse è che l’ortoressia si può leggere anche come la necessità di trovare nuove pratiche spiritual-nutrizionali, necessarie per l’equilibrio psicologico di alcuni soggetti. Solo che l’ortoressico è nel contempo giudice ed imputato di se stesso, in una spirale che porta all’autodistruzione. Il continuo ripetere le sue credenze sul cibo sembra quasi un “mantra” che serve ad occupare la mente per non lasciare lo spazio per affrontare veramente la sua situazione e le sue incongruenze, in una estrema e forte esigenza di coerenza.
Essendo geneticamente “programmati” a credere in qualcosa, persa una stretta connessione con la religione (perché troppo razionali per crederci ancora, con dettami non più adeguati allo sviluppo odierno, troppo pochi con valore assoluto e autorità religiose che non riescono più a mostrare un comportamento coerente), rimane la necessità di qualcosa a cui aspirare e la soluzione è trovata aumentando l’attenzione sulle regole alimentari. Non è detto che tutti gli ortoressici abbiano abbandonato la religione (sarebbe utile un’indagine su questo), ma sicuramente in queste regole trovano un rafforzamento alla loro esigenza comportamentale.>>
(Testo tratto dal libro "Il Piatto Piange" di Andrea Meneghetti vedi qui)
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sabato 21 aprile 2012
La Guerra della Mortadella
La Regione Emilia-Romagna "consiglia" di non dare da mangiare la Mortadella ai bambini ed ai ragazzi nelle scuole e nei loro dintorni: leggi qua
Perchè succede questo?
Perchè la percezione dell'alimento non è per tutti uguale ed in più c'è una distorsione etica alla base. Si considera il "grasso" come qualcosa di "cattivo" senza considerare che è un componente basilare alla vita.
E' chiaro che la linea guida della Regione non dichiara esplicitamente che la Mortadella non può essere somministrata, ma lo si deduce, creando un corto circuito etico-alimentare e anche sociale, alla faccia della scienza e della cultura.
Sarebbe da capire se coloro che compilano queste indicazioni lo fanno con lo scopo di "salvare" la popolazione o semplicemente perchè applicano svogliatamente indicazioni generiche rivolte prettamente ad una popolazione adulta.
Andrea Meneghetti
Perchè succede questo?
Perchè la percezione dell'alimento non è per tutti uguale ed in più c'è una distorsione etica alla base. Si considera il "grasso" come qualcosa di "cattivo" senza considerare che è un componente basilare alla vita.
E' chiaro che la linea guida della Regione non dichiara esplicitamente che la Mortadella non può essere somministrata, ma lo si deduce, creando un corto circuito etico-alimentare e anche sociale, alla faccia della scienza e della cultura.
Sarebbe da capire se coloro che compilano queste indicazioni lo fanno con lo scopo di "salvare" la popolazione o semplicemente perchè applicano svogliatamente indicazioni generiche rivolte prettamente ad una popolazione adulta.
Andrea Meneghetti
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