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domenica 1 luglio 2012

Impatto dell’allevamento sull’ambiente

<< Impatto dell’allevamento sull’ambiente

Enti quali la FAO, riviste (ad esempio il WWM - World Watch Magazine) e giornali come il Corriere della Sera in Italia, nonché associazioni di cardiologia e nutrizione hanno promosso una campagna di comunicazione sull’impatto che gli allevamenti di bestiame da carne per alimentazione umana esercitano sull’ambiente.
Il dato scientifico rilevato nel dossier 2006 della FAO attesta che il settore della carne causa il 18% delle emissioni totali di gas serra dovute ad attività umane.; il WWM, con un articolo di Goodland e Anhang (Novembre/Dicembre 2009, Volume 22, n.6) porta le emissioni di CO2 da parte del bestiame e dei suoi sottoprodotti fino al 51% delle emissioni di gas serra totali. Lo studio ha sollevato un caso etico tra i lettori sia dal punto di vista ambientale che salutistico, anche perché consumare molta carne presenta controindicazioni nutrizionali che vengono pure riportate: sviluppo di malattie degenerative croniche legate al consumo di animali da allevamento (patologie coronariche, cancro, diabete, ipertensione…).
Queste campagne di comunicazione trasmettono il messaggio che bisogna cambiare la dieta della popolazione perché così si salvaguarda la salute e nel contempo l’ambiente. Si può verificare, quindi, un cambiamento dei comportamenti alimentari in una parte della popolazione, a prescindere da un effetto reale sulle condizioni dell’ambiente.
Il soggetto che modifica la sua alimentazione prova sollievo ad agire in tale maniera, sia dal punto di vista psicologico, perché sente di fare una cosa “giusta”, che da quello fisiologico, per la maggiore attenzione ai componenti nutrizionali della sua nuova dieta.
Quello che si vuole sottolineare è che questo cambiamento comportamentale è conseguente ad un cambiamento dell’etica della gente, in relazione a cosa considera giusto o sbagliato; di fondamentale importanza, però, è rilevare che la soluzione trovata per “scaricare” il problema etico a livello psicologico pospone o cerca di coprire il fatto che c’è un impatto ambientale dell’uomo per il solo fatto di esistere, anche se consuma solo prodotti di origine vegetale.
Bisogna sottolineare quella che è stata la capacità adattiva dell’uomo come essere vivente. Una volta, infatti,  questo modello di sviluppo garantiva l’equilibrio e nessuno si faceva scrupoli o domande; oggi, per una esigenza nuova (anche evolutiva), questi nuovi movimenti vengono promossi e producono degli effetti sia a livello personale che generale. Si tratta di una evoluzione legata a bisogni nuovi, e tutto parte da una nuova forma del nostro percepire che si traduce in azioni diverse: niente altro che un rimodellamento delle nostre connessioni neuronali.

Dagli studi citati emerge che l’uomo e le sue produzioni alimentari hanno un fortissimo impatto ambientale e per ridurlo sembrerebbe sufficiente dismettere un certo tipo di sviluppo e di pratiche agricole.
In realtà non si può non considerare che sul piatto ci sono anche altri interessi che tirano da tutt’altra parte, come gli interessi degli allevatori, dei contadini e delle imprese agricole, delle industrie alimentari ecc. Attorno a queste realtà ci sono famiglie che vivono di queste attività e certo non vorranno rinunciare ai loro redditi.
Ma c’è anche da considerare i consumatori più poveri dal punto di vista economico, che creano una domanda di prodotti a basso costo e non possono permettersi la qualità e (insieme) il basso impatto ambientale delle loro derrate. Per non parlare di tutte le popolazioni dei paesi in via di sviluppo che spingono per avere più terre da coltivare, più cibo e più servizi; a questi ultimi si può raccontare ciò che si vuole, ma restano un fenomeno inarrestabile e molto critico per i futuri scenari del mondo. Ognuno, quindi, tira l’acqua al suo mulino sul presente che deve vivere, e ciò comporta e comporterà degli inevitabili scontri.
Le proposte di rinunciare agli armenti come fonte alimentare proteica lascia il tempo che trova perché ci sono tutta una serie di prodotti legati al loro allevamento ai quali è difficile rinunciare: latte, formaggi e derivati, uova, cuoio, ossa e pellami, lana e filati, piume.
Se poi, invece di allevare vacche per la carne, dessimo gli stessi spazi all’agricoltura per l’alimentazione umana, il problema dell’inquinamento non cambierebbe. Infatti se rinunciassimo alle vacche, la stessa CO2 sarebbe prodotta dagli esseri umani sfamati con quei prodotti, perché i numeri sono quelli. Non ci si può giocare poi molto. Senza tralasciare il discorso della sostenibilità economica, che in alcuni casi appare possibile, ma in altri assolutamente no (ad esempio produrre mais in Argentina per portarlo in India a popolazioni che non possono pagare il prodotto non ha senso in termini economici e nessun senso biologico).
Il punto è che per portare in crescita l’animale (per le varie funzioni vitali, anche il solo mantenimento della temperatura corporea) c’è un consumo energetico (metabolismo omeostatico). Per questo la resa di conversione Amidi/Proteine è bassa.
Sicuramente una analisi (e revisione?) delle modalità di allevamento animale e una valutazione del loro impatto ambientale sono da individuare. Va ad esempio considerata l’esperienza della “mucca pazza” che, da emergenza sanitaria come si è presentata, ha dato il via a modifiche e limiti all’allevamento animale rivelatisi giovevoli sotto diversi aspetti.
Il nocciolo etico, interesse di questo libro, sta nel capire come si sceglie se destinare o meno (e in che quantità) cereali e altre produzioni (soia ad esempio) all’allevamento di animali per carne oppure se destinarle a sfamare gli uomini direttamente.
Fatte queste valutazioni basilari, le scelte sul tipo di allevamenti (biologico, tradizionale, pascolo libero ecc.) e sui siti dove farli avranno ulteriori risvolti etici.
Guardando il problema da un’altra prospettiva, al posto del consumo di carne si stanno cercando di promuovere fonti proteiche alternative per lo sviluppo della popolazione mondiale: la soia per fare il Tofu e il Miso; il glutine di frumento tenero, farro e kamut per fare il Seitan; si stanno inoltre facendo ricerche per ricavare, tramite lieviti e funghi, da carboidrati, cellulose e altri substrati vegetali, alimenti ad alto contenuto proteico che teoricamente vorrebbero sostituire il prodotto animale insufficiente, inquinante ed eticamente controverso. C’è solo un’obiezione a questo: se, come abbiamo visto, anche i bovini sono geneticamente strutturati per mangiare erba e non granaglie, anche il nostro organismo, ma soprattutto il nostro gusto è geneticamente determinato per preferire la carne, sia come struttura e consistenza (texture) che come sapori ed odori (flavour).>>

(Testo tratto dal libro "Il Piatto Piange" di Andrea Meneghetti vedi qui)

martedì 5 giugno 2012

L'evoluzione nella percezione degli animali


<< Caso studio: evoluzione nella percezione degli animali

Si vuole considerare ora questo tema che si collega all'animale che può essere considerato, in contemporanea, sia come fonte nutrizionale ma anche come una categoria di essere vivente che entra nella nostra vita come elemento di compagnia.
Partiamo da un caso che ha fatto scatenare l’opinione pubblica italiana e la cui eco si è ripercossa anche su testate giornalistiche internazionali: un collaboratore della RAI, durante una trasmissione, ha proposto una ricetta tradizionale per cucinare il “gatto”. Il presentatore è stato sospeso a seguito delle proteste di telespettatori, di associazioni animaliste e per l’intervento di un rappresentante del governo. L’episodio, che potrebbe per certi aspetti sembrare folcloristico, in realtà ci aiuta a scoprire molto sulla nostra etica alimentare e sull’evoluzione che ha avuto nel tempo.
Per analizzarlo introdurremo delle domande che ci aiuteranno ad inquadrare il problema.
Perché alcuni animali possono essere considerati alimenti ed altri no? Chi decide quale animale si può mangiare? Perché oggi non si mangia più il gatto? Ci sono animali che possono essere macellati e altri no? Chi lo stabilisce? Secondo quale principio? Gatti e cani sono esseri biologicamente superiori rispetto ad altre specie di animali edibili? Sono meritevoli di maggiore tutela? Che differenza c’è tra gatto e coniglio? (Quest’ultimo, per esempio è allevato in Italia a scopo alimentare mentre in Nord America e Gran Bretagna è considerato un animale da compagnia).
Vediamo di introdurre dei punti che ci servano da traccia teorica (o sommario):
1- L’evoluzione della società e della giurisprudenza sulla materia di rispetto degli animali.
2- Il cambiamento della percezione degli animali anche in rapporto agli animali da compagnia e di affezione.
3- Gli animali da compagnia come parafulmine delle nevrosi della società (visto che lo sono già nelle famiglie).
4- L’infantilismo della società.
5- La creazione di un mercato che sfrutta il disagio etico delle persone o la non evoluzione del pensiero (cibo e accessori per animali domestici, sviluppo dei relativi servizi veterinari; la politica e le associazioni di difesa degli animali).
6- La funzione dei media nell’impatto di una notizia e sulla percezione dell’animale.

Analizziamo i primi due punti. Dal punto di vista nutrizionale, l’animale gatto non ha subito modifiche e, seppur consumato in Italia fino al primo dopoguerra al pari del coniglio, ora la sua accettazione come alimento è molto ridotta nella popolazione.
Se in Gran Bretagna e nel Nord America si svela che in Italia si consumano conigli e cavalli per la nutrizione umana, la maggior parte delle persone esprime disgusto. Lo stesso accade se si racconta agli italiani che i cinesi mangiano cane e selezionano pure le razze migliori per questo scopo culinario. Questa è la conseguenza del fatto che ognuna di queste specie rappresenta un animale da compagnia (o di affezione) a seconda del Paese in cui ci troviamo.
Ne deriva che la percezione dell’animale è alterata rispetto alle altre specie viventi. La differenza tra un maiale ed un gatto non avviene in termini biologici, ma a livello cerebrale, psicologico; si tratta di etica personale, ma nel momento in cui è condivisa da molti (magari anche insegnata) si traduce in morale sociale.
La cosa può essere anche valutata da un altro punto di vista. Infatti il contadino si affeziona al suo maiale, gli vuole in un certo senso anche del bene, lo “protegge” e lo nutre perché, anche se sarà lui stesso a ucciderlo, questo animale procurerà l’alimento o la ricchezza per l’inverno; questo è un caso diverso di come si può strutturare un’etica nei confronti di un animale e dimostra che non c’è un modello univoco.
Va anche considerato che l’accrescersi delle possibilità economiche ha trasformato il gatto da animale semi-selvatico legato all’uomo in quanto limitava i danni provocati dai topi ai suoi raccolti, ad animale umanizzato. Da un lato la ricchezza ha consentito alle persone di mantenere un animale domestico e dall’altro il gatto (e il cane) hanno delle caratteristiche dimensionali e genetiche che lo rendono adattabile agli ambienti della vita familiare umana. Nel contempo la società ricca ha consentito un’evoluzione del pensiero e dell’affezione verso gli animali perché non c’era più la lotta per la sopravvivenza ma si è cercato di soddisfare altri tipi di esigenze.
Parallelamente sacche di popolazione, per lo più relegate in zone rurali e legate alla tradizione, non hanno accolto nella stessa maniera questi cambiamenti mantenendo la percezione arcaica dell’animale.
In questo contesto disomogeneo, è interessante osservare come la regolamentazione statale cerca di trovare un equilibrio sociale. Rimanendo sulla situazione italiana, ricordiamo due sue caratteristiche peculiari: 1) L’Italia è da sempre stata all’avanguardia nella legislazione. 2) A differenza di altre culture, quella italiana è caratterizzata da una forte empatia verso gli altri.
Non è di nostro diretto interesse, ma ricordiamo che l’ordinamento italiano tutela gli animali da affezione con la legge 281 del 1991 che nell’art.1 comma 1 recita: «Lo Stato promuove e disciplina la tutela degli animali di affezione, condanna gli atti di crudeltà contro di essi, i maltrattamenti ed il loro abbandono, al fine di favorire la corretta convivenza tra uomo e animale e di tutelare la salute pubblica e l’ambiente». L’articolo 544-bis del Codice Penale sancisce poi che «chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona la morte di un animale, è punito con la reclusione da 3 mesi a 18 mesi».
La legge italiana ha quindi delle evidenti sottigliezze e continuerà ad evolvere a seconda delle esigenze della società e del cambiamento dell’etica e della morale della stessa.
Anche a livello europeo la Convenzione di Strasburgo reca norme piuttosto severe nel campo della protezione degli animali; è interessante questa evoluzione legislativa sia a livello italiano che europeo, ma per quanto ci riguarda ci fermiamo qui.
In ogni modo, paese che vai, etica alimentare che trovi. In India la mucca è sacra mentre in altre parti del mondo è macellata a ciclo continuo oppure sottoposta a sforzi produttivi non indifferenti che ne riducono la longevità; in Africa, di sicuro in Camerun, la scimmia viene mangiata.
Cerchiamo ora di capire come la comprensione “dell’umanizzazione” dell'animale possa passare attraverso un’analisi neuro scientifica; sono due gli elementi che vanno evidenziati: 1) si è formata a livello di uomo una diversa percezione dell’animale; 2) a livello dell’animale, ad es. gatto, il comportamento umanizzato è la conseguenza di un adattamento che ha comportato uno sviluppo neuronale alternativo su una genetica pressoché immutata.
Fondamentalmente, i comportamenti umanizzati dell’animale sono dei riflessi condizionati ed incondizionati (anche semplicemente di tipo pavloviano) per garantirsi il cibo. L’animale quindi modifica il suo comportamento e alcuni soggetti umani lo interpretano (a loro vantaggio) come espressione di affetto.
Molte altre teorie del settore, invece, fanno una differenziazione degli animali (e degli esseri viventi in generale) in senzienti e non senzienti. Tutti gli animali però sono senzienti. Una distinzione tra specie edibili e non, fatta su questi presupposti, è quindi senza significato scientifico. È chiaro però che cambia il grado di sviluppo neuronale tra specie e specie, e ciò fa la differenza: riguarda la percezione della sofferenza dell’animale da parte dell’uomo, che si struttura in base al tipo di interazione e al coinvolgimento empatico che l'uomo ha con le diverse specie animali (infatti qualcuno non sopporta di vedere uccidere nemmeno un insetto).
Facciamo degli esempi e delle considerazioni. La differenza tra coniglio e gatto non è particolarmente evidente, le carni infatti possono venir confuse nel sapore e anche la struttura corporea, una volta scuoiata, è pressoché identica. Addirittura il gatto ha uno sviluppo neuronale maggiore rispetto a quello del coniglio, visto il rapporto che può instaurare con l’uomo, eppure in U.S.A. e Gran Bretagna il coniglio è considerato un animale domestico. Al tempo della guerra, in Italia, il coniglio era più “domestico” del gatto in quanto che il gatto veniva catturato e mangiato, mentre il coniglio veniva allevato e venduto per l’alimentazione umana. Anche i topi venivano mangiati durante i periodi di fame nera, ma non sono stati eliminati dalla alimentazione perché sono diventati animale da affezione, ma perché le carni non sono buone come quelle dei gatti e dei conigli.
Mangiare carne di cavallo in Gran Bretagna è considerata una depravazione, eppure in Italia è molto gradita, per quanto gli equini vengano impiegati sul territorio anche a scopo terapeutico. Da considerare che le mattanze di tonni vengono fatte regolarmente (anche di specie in via d’estinzione), ma nessuno si lamenta se ne viene proposta una ricetta in televisione, e del resto non c’è rapporto di affettività con questo tipo di animali. Il gatto non è una specie in via di estinzione eppure suscita più risentimento se ne viene ucciso anche uno solo rispetto a migliaia di tonni. Anche se i pesci non fanno rumore, soffrono egualmente quando vengono uccisi, ma all’uomo fa meno impressione e quindi non vi è presa di posizione in grado di influenzare l’opinione pubblica. Stesso discorso si potrebbe fare sulle aragoste immerse vive nell’acqua bollente, o per i maiali che sono intelligenti ed affettuosi quanto un gatto, eppure le attenzioni che gli riserviamo sono decisamente diverse.

Analisi dei punti 3) e 4). Lo sviluppo della legislazione sulla protezione degli animali da compagnia si può riscontrare anche in rapporto alle funzioni di questi animali nella società: sono efficaci in certe terapie; scaricano le nevrosi familiari e personali; catalizzano l’esigenza di esprimere affetto; fanno compagnia alle persone sole.
La società ricca ed opulenta ha al suo interno tutta una serie di patologie e disequilibri che alle volte gli animali domestici riescono a lenire compensando la perdita di alcune delle caratteristiche di solidarietà e convivialità che c’erano un tempo, anche per una struttura diversa della famiglia ed una diversa mobilità delle popolazioni. È la nostra una società parcellizzata che riversa le sue esigenze di affetto sugli animali che addomestica e a cui attribuisce dei comportamenti umanizzati di comprensione e corresponsione delle attenzioni che gli riserva. Forse è vero che gli animali riescono a capire gli atteggiamenti dell’uomo (o almeno alcuni dei suoi stati d’animo), ma rimangono semplicemente degli animali, con una genetica ed un comportamento che non sono completamente comparabili all'uomo.
Sugli gli animali domestici, però, si sfogano tutte le frustrazioni e le incapacità di vivere perché il rapporto con l’animale è diretto e meno mediato. È per mera esigenza personale che si interpreta il comportamento dell’animale in maniera umanizzata a seconda di ciò che ci manca nella vita: un figlio, un partner, un amico. Questi comportamenti sottostanno alle nostre incapacità a stare con gli altri, riducono le nevrosi della vita e sono uno sfogo per le paranoie. Questo denota anche un cronico infantilismo della nostra società che si mette al pari dell’animale perché non vuole crescere. Inoltre più di una scatoletta o di una carota questi animali di affezione non chiedono, e non serve essere maturi per venire accettati.
Una distorsione si verifica anche nell’affetto che si da agli animali con i quali il rapporto dovrebbe essere neutro. Siamo geneticamente programmati per avere sentimenti e sensazioni (che tra l’altro ci hanno resi più competitivi rispetto ad altre forme di vita della terra meno evolute neurologicamente di noi). Come conseguenza si scarica l’affetto “umano” (cioè destinato ad altri esseri della nostra stessa specie) sugli animali da compagnia, così da averne una percezione particolare (di conseguenza, umanizzata). È un atteggiamento culturale diffuso e che viene trasmesso ai bambini tramite la televisione e altri media, oltre che dai genitori e dalle istituzioni religiose. Molti bambini infatti subiscono uno shock quando scoprono che il loro tenero micetto gli ha fatto fuori il canarino o il pesciolino rosso. Nella cultura contadina ciò succedeva con meno frequenza.

Analisi del punto 5). Come conseguenza a tutto ciò che si è detto fino a qui, si crea tutto un mercato che sfrutta queste problematiche e questo infantilismo facendo leva sul disagio etico delle persone o sulla mancata evoluzione del pensiero, e la cosa assume una forte valenza economica. Viene quasi più insegnato ad amare un animale che ad amare l’essere umano; c’è quasi la venerazione dell’animale domestico al quale bisogna dedicare attenzioni e cure (interessante che molte volte si dimentica che l’uomo è onnivoro e predatore e che questi animali, soprattutto gatti e cani, ai quali diamo tanta attenzione, sono carnivori e se gli fossimo graditi o ci vedessero indifesi ci mangerebbero a loro volta).
Un settore economico che viene stimolato da questo tipo di cultura è quello degli alimenti e accessori per animali: c’è una scelta amplissima sul mercato, con tanto di catene distributive organizzate. Un aspetto che va sottolineato e che molti dimenticano è che gli alimenti che vengono acquistati per i gatti e i cani hanno delle percentuali di componenti animali negli ingredienti; spesso sono solo degli scarti della lavorazione alimentare umana, ma nei prodotti più raffinati se ne trovano di adatte a sfamare esseri umani. Da un punto di vista etico e morale dovrebbero esserci delle proteste veementi, come avviene nel caso della caccia alle balene o dell’utilizzo di cereali per fare combustibili. Ma nessuno protesta.
Contemporaneamente, le attenzioni che molti dedicano agli animali domestici non si avvicinano lontanamente a quelle che hanno per i loro consimili: crocchettine di pollo al vapore, profumi, cappottini ingioiellati, costose visite veterinarie e successivi trattamenti farmacologici comportano spese davvero notevoli che molti non farebbero per aiutare una persona indigente in difficoltà. Con ciò non si vuole dire che questi comportamenti siano sbagliati, anzi vengono enfatizzati perché esprimono un’etica: gratificano personalmente chi li fa. Un animale è più facile da seguire che un essere umano e non da più di tanto fastidio quando ci si è stufati di averlo intorno; al massimo lo si vende o lo si fa sopprimere.
Un altro “mercato” è quello politico. La politica interviene in materia perché crea consensi su queste ansie sociali: è più facile decidere come muoversi su questo tema (un caso simile è lo sport) invece di fare una analisi delle cose a 360 gradi. In altre parole, prendere posizione su un argomento che tratta di animali è più facile che farlo su uno che tratta di attività umane. Nessun politico promuove campagne mediatiche di sensibilizzazione per i lavoratori morti sui cantieri o tenuti in condizioni di schiavitù, perché ci sono troppi interessi in gioco.
Le associazioni ambientaliste sono un esempio di questo meccanismo ed è ovvio che sfruttino ogni occasione utile per farsi pubblicità per evitare di scomparire nel mare dell’informazione, e il settore degli animali domestici è un buon passepartout. Hanno esigenza di esistere nel mondo politico per continuare ad avere sottoscrittori di tessere e finanziamenti (che vuole dire posti di lavoro) e agiscono facendo leva sulle ansie della gente che le riversa sugli animali come una pseudo-forma di amore.

Analisi del punto 6). L’importanza dei media nella vita della gente è molto alta. Le stesse argomentazioni usate in una chiacchiera in un bar o in un dibattito di una conferenza pubblica non farebbero alcun tipo di scalpore, ma se lo stesso tema è trattato a livello mediatico la gente tende a prendere una posizione più decisa, una posizione etica quindi.
È da sottolineare il fatto che se da un lato non si può parlare o mostrare immagini troppo cruente che rappresentino animali, viene però concesso di fare del brain washing mediatico conducendo delle campagne di sensibilizzazione contro il maltrattamento degli animali con modalità discutibili (non è nel nostro interesse approfondire oltre; si può rileggere il capitolo sulle pubblicità che risultano “violente” per impressionare lo spettatore). Quello che preoccupa invece è la distorsione del messaggio che viene veicolato, che allontana dalla realtà e rende schiavo lo spettatore.

A questo punto, dopo aver fatto un quadro veloce ed aver spiegato alcune dinamiche, possiamo tornare ad analizzare il caso specifico del collaboratore Rai sospeso per aver proposto una ricetta per cucinare il gatto. Le reazioni isteriche di alcuni telespettatori hanno poi, a cascata, stimolato l’intervento delle associazioni animaliste e poi del sottosegretario all’ambiente che non poteva rimanere a quel punto neutrale, scatenando il posizionamento dell’opinione pubblica. Molti dei telespettatori che hanno protestato per la ricetta a base di gatto hanno sicuramente pensato al gatto che hanno in casa al quale sono molto affezionati, anche se appariva chiaro che nessuno aveva intenzione di mangiarlo; alcune paure si sono poi concentrate sul fatto che qualche ragazzino potesse mettersi a provare a fare degli esperimenti su gatto del vicino. Moltissimi hanno anche preso le difese del presentatore dicendo di aver gradito l’intervento ma con atteggiamenti molto decisi e denigratori nei confronti degli altri, quasi che su questo terreno neutro, i distinguo e le mezze misure potessero saltare diventando, ancora una volta, un parafulmine delle nevrosi sociali.
Tutto ciò ha poi confermato la televisione come mezzo molto suggestivo dove certi argomenti, che possono essere presenti nella vita privata di tutti i giorni, vanno trattati con attenzione. La Rai, come si è detto, ha quindi sospeso il conduttore facendo mostra di avere controllo etico sui contenuti che propone. In realtà ha agito con decisione e fermezza su un argomento e su un fatto assolutamente marginale e dalle conseguenze culturali pressoché nulle. Nella stessa televisione di Stato sono proposti costantemente programmi che rasentano la pornografia o che sono politicamente scorretti ma su cui girano e gravitano tanti di quegli interessi che, anche se ci sono proteste, nessuno si azzarda a fare alcunché. Da valutare, inoltre, che la trasmissione è una gara fra cuochi ad ora di pranzo e ogni giorno sono manipolati pezzi di carne fresca di altri animali, e nessuno dice niente. Ma la solo evocata idea di una ricetta a base di gatto, e quindi non il suo consumo, fa inorridire e insorgere le masse.
Eppure la punizione inflitta al presentatore, colpevole di suscitare emulazione da parte dei giovani con effetti diseducativi, lascia davvero perplessi per due ragioni: si “esige” l’imposizione di una morale a chi deve ancora formare una propria etica; si nascondono le cose e la storia ai bambini ed ai giovani sottraendoli alla realtà, con conseguente rischio di disagi psicologici. Questa azione appare discutibile in sé e subdola in quanto mirata a garantire l’imposizione di un pensiero sotto la maschera della “protezione” per i più giovani.
In conclusione, possiamo dire che succede di tutto ed il contrario di tutto nel mondo di cui in parte ognuno di noi è fautore (fame nel mondo, mattanze di animali, sfruttamento di migranti ecc.) e poi si fa dell’idealismo su queste cose; così sembra avere più importanza un gatto randagio che un essere umano, e per molti lo è davvero: è più facile pulirsi la coscienza salvando un gattino che accogliere in casa un barbone disadattato. Non si vuol dire che si debba per forza aiutare gli altri, ma è la morale sociale che a certi livelli impone questo tipo di comportamenti come gratificanti e giusti e che noi dobbiamo soddisfare, con le nostre azioni.
Sembra valere di più l’idea che si ha sulla vita potenziale di un animale che di 100 uomini definiti clandestini, o di un embrione umano, perché la suggestione televisiva assieme alle nostre nevrosi ci fanno preoccupare ed agire sulle apparenze e non sui fatti. Tutto ciò è umano e legato ai nostri recettori sensoriali e all’elaborazione degli input cerebrali, tutto in funzione di soddisfare l’esigenza di riequilibrare a livello psicologico l’ingiustizia sociale che pervade la società e che ne determina anche la floridezza.>>

(Testo tratto dal libro "Il Piatto Piange" di Andrea Meneghetti vedi qui)

domenica 20 maggio 2012

Scarto ontologico tra gli animali

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Ora vediamo perché si forma lo scarto ontologico tra gli animali; per inquadrare la questione dobbiamo porci le solite domande etiche:
Esiste un essere vivente posto tra l’animale uomo e gli altri animali che non può essere considerato edibile e che gode di un trattamento straordinariamente migliore da parte dell'uomo? Quale è lo scarto ontologico tra un gatto e un coniglio, tra un cavallo e una mucca, tra un cane ed un maiale? Esiste davvero questo scarto o è solo una costruzione nelle nostre menti e nella nostra sensibilità? Perché allora certi animali sono allevati prettamente per l’alimentazione umana e altri elevati a oggetto di culto? È una follia/nevrosi della società? I cani ed i gatti hanno accumulato maggiori meriti perché sono più carini, affettuosi e meno puzzolenti di altri animali?
Lo sviluppo neuronale dell’animale, unito alle sue caratteristiche fisiologiche e dimensionali, ne da una percezione soggettiva ad ogni essere umano e che muta da area geografica ad area geografica, anche in base alle sue condizioni socioeconomiche. Ad esempio: in Italia le dimensioni del gatto e del cane hanno consentito la presenza di questi animali nelle case e nei giardini, mentre in India le mucche, oltre alle dimensioni diverse, danno problematiche maggiori di igiene e pulizia. Proprio a seguito della diversa dimensione, struttura, capacità fisiche, si creano quasi delle scale di dignità tra gli animali; per assurdo ne deriva che gli stessi enti di protezione degli animali ritengono che il gatto abbia più dignità di una mucca, se difendono così veementemente l’uno rispetto all’altra, anche nel caso di una ricetta televisiva.
Ma c’è ancora un altro elemento da prendere in considerazione per capire compiutamente la definizione dello scarto ontologico tra le specie animali, all’occhio dell’uomo: infatti l’aumentato benessere di una società, fa cambiare la percezione dell’animale domestico per almeno tre ragioni:
a) Il surplus produttivo consente di dedicare il proprio tempo ad attività, anche ludiche, che  allontanano dall’esigenza di procurarsi il cibo per la propria sopravvivenza; il cibo non è più neanche trasformato o cucinato dal consumatore e così l’animale allevato a scopi alimentari arriva ai nostri occhi già destrutturato o così camuffato da non essere riconosciuto.
b) Il surplus produttivo ha dedicato porzioni sempre maggiori della popolazione ad attività lavorative che non sono inerenti al recupero o alla produzione degli alimenti, così da “mascherare” il cruento processo produttivo; il consumatore non riesce più a fare un collegamento tra le porzioni di animale che ha nel suo piatto e quello che gli gira per casa o che vede in televisione.
c) Il surplus produttivo ha trasformato il rapporto con l’animale domestico da una simbiosi reciproca (si nutre il cane perché fa la guardia, il gatto perché mangia i topi, la gallina perché fa le uova, la mucca perché fa il latte), ad uno di tipo quasi umanizzato che implica affetto e non attività di tipo funzionale. Così il gatto non è più generico, ma gli viene assegnato un nome. La percezione ne risulta quindi alterata.
Fino a che ci si limita a coccolare e a viziare un singolo animale domestico, la distorsione etica rimane in ambiti relativamente sani, ma se si considera l’osservazione contenuta nel prossimo passaggio, c’è di che preoccuparsi: «Un particolare, spesso non riconosciuto come problema, risulta nel tenere animali i quali, benché addomesticati, mantengono molti dei loro istinti selvaggi. Degli indicativi sette milioni di gatti tenuti come compagnia in Gran Bretagna si crede che siano responsabili di più dell’ 80% di tutta la fauna uccisa, calcolata in 88 milioni di uccelli e in 164 milioni di piccoli mammiferi per anno» (Mepham, 2008:181).
Questa è la negazione della Biologia come scienza e la negazione della vita stessa sulla faccia della Terra! È un cortocircuito intellettivo che ci fa capire che, se non si pongono i presupposti corretti all’inizio di un ragionamento, si finisce per perdersi e trovare risposte che negano le domande e i principi che muovono queste stesse teorie.
Infatti i piccoli mammiferi altro non sono che topi, che è bene siano tenuti ad un basso livello di popolazione, visto che infestano le case e i magazzini. Posto che è bene che anche gli uccelli vengano tenuti sotto controllo nella loro proliferazione, se anche ci fosse una specie protetta messa a repentaglio dai gatti, cosa dovremmo fare? Uccidere i gatti perché hanno un istinto biologico da predatori? Ciò è proprio la negazione delle basi etiche da cui partiva il ragionamento, cioè che uccidere non va bene. In realtà se ci sono troppi gatti nelle case è perché ci sono troppi esseri umani che impattano sul pianeta ed è ancora questo il problema con il quale dobbiamo confrontarci. Perché, se non uccidessero gli uccelli ed i topi, i gatti mangerebbero più prodotti industriali e questo comporterebbe l’uccisione di animali o comunque porrebbe la scelta se togliere ad altri essere umani il cibo.
Uscendo dall’esempio e cercando una conclusione, il punto non è se l’animale (o la pianta) senta o meno il dolore, ma è importante il modo in cui noi esseri umani lo percepiamo e il valore che gli diamo; e questo vale nei confronti di tutti gli esseri viventi. Per assurdo anche oggetti inanimati possono creare un dubbio etico, come ad esempio un’opera d’arte che viene distrutta.
Ciò vuole dire ancora una volta che è scorretto fissarsi sulle caratteristiche proprie dell’oggetto etico (animale, pianta, uomo); invece bisognerebbe fissare la propria attenzione sull’empatia, sulle capacità percettive del soggetto osservatore che poi per le sue caratteristiche genetiche sarà più sensibile ad un aspetto rispetto che un altro. Ad esempio molti sono influenzati dai rumori, dai movimenti, dai gemiti che un animale può fare quando muore; altri possono essere più influenzati dai ricordi che una certa azione può provocare eccetera. Quindi è difficile concordare con la seguente frase, a proposito di bioetica e diritti degli animali, non perché sia scorretta ma perché sembra invertire causa ed effetto: «Poiché solo recentemente è divenuto ampiamente apprezzato quanto siano simili le persone e certi animali non-umani, ci dobbiamo preparare a riconsiderare le intere basi del modo in cui noi abbiamo tradizionalmente trattato gli animali» (Mepham, 2008:164).
Non serve decidere di cambiare la propria etica o i modi di comportarsi, sono dei fenomeni naturali, automatici. Quello che ci si deve preparare a cambiare sono i libri sull’etica e le leggi degli Stati basate sulla morale, che non sono adeguati alla dinamica evolutiva di questi fenomeni.>>

(Testo tratto dal libro "Il Piatto Piange" di Andrea Meneghetti vedi qui)

sabato 19 maggio 2012

Lo scarto ontologico tra uomo e animale

<< Lo scarto ontologico tra uomo e animale e tra gli animali

Nella filosofia biologica uno dei principali dibattiti riguarda lo scarto ontologico tra uomo e animale. Pur non vantando competenze specifiche in questo settore, un’opinione sull’argomento è comunque d’obbligo. Per scarto ontologico si intende, in poche parole, la differenza sostanziale tra uomo ed animale, se cioè, in altri termini, uomo ed animale siano fondamentalmente la stessa cosa e, qualora ciò non fosse vero, quali siano gli elementi che li differenziano.
Come approccio, bisogna affermare che l’uomo è prima di tutto un animale, inteso anche come categoria biologica del mondo del vivente, che è chiaramente una classificazione antropocentrica. Esiste una differenza evolutiva che si nota soprattutto nello sviluppo neuronale e del sistema nervoso centrale, ma lo scarto ontologico si propone soltanto nella testa dell’uomo, non è una realtà biologica e lo è solo in parte dal punto di vista della genetica.
L’esigenza di credere che ci sia una netta separazione tra l’essere umano e l’animale è di tipo etico ed ha la funzione di mantenere l’equilibrio psicologico. Infatti, se non creassimo questa differenza a livello cerebrale, ci troveremmo a dover risolvere molti dilemmi su come trattiamo gli animali e sul perché li utilizziamo per il nostro nutrimento: «[...] lo schiacciante consenso biologico sulla evoluzione [darwiniana] fa sorgere due domande cruciali “Cosa è un animale?” e “Come siamo noi tenuti a trattare eticamente gli animali? […] A causa del fatto che persone e animali condividono così tanto (geneticamente e quindi anche fisiologicamente), le risposte date spesso enfatizzano le caratteristiche che sono pensate essere uniche per gli umani, come le abilità di usare il linguaggio, impiegare ragionamento e usare degli strumenti. Ma la difficoltà con quella linea di argomentazione è che alcune persone (come tutti i bambini, alcuni malati gravi, alcuni anziani e alcuni disabili mentali) non hanno ugualmente queste abilità, dove certi animali dimostrano abilità di “linguaggio” (o almeno marcate capacità di comunicazione), ragionamento e capacità di costruire piccoli strumenti. In più, in accordo con lo zoologo Maurice Burton, gli animali dimostrano molti supposti attributi umani come compassione, gratitudine, amicizia, fedeltà e dolore. Così, se il nostro trattamento degli animali come fonte di cibo o negli esperimenti era considerato eticamente accettabile semplicemente perché noi (in qualche grado erroneamente) credevamo che loro mancassero questi attributi umani, noi vorremmo logicamente richiedere di accettare che certi adulti e tutti i bambini possano essere trattati eticamente nella stessa maniera» (Mepham, 2008:160).
È chiaro che l’uomo, essendo geneticamente più evoluto, ha uno sviluppo neuronale maggiore che gli consente di avere tutta una serie di abilità come il linguaggio, che negli animali più evoluti troviamo solo in maniera pressoché accennata, almeno rispetto alle capacità umane; tra l’altro questi comportamenti animali possono sembrare simili, ma non corrispondono a quelli umani, in quanto derivanti da un altro processo evolutivo ed adattivo.
Il giudizio umanizzante del comportamento animale è estremamente fuorviante. Infatti il dubbio etico nasce proprio perché confondiamo queste simili e semplicistiche forme comportamentali di atteggiamento animale con qualcosa che riconosciamo anche nei nostri stessi simili. Ovvio che il dolore è provato anche dall’animale in base al suo grado di sviluppo neuronale, ed è per questo che in alcuni soggetti umani cresce il dubbio etico in base alla loro empatia verso queste forme di vita. Ma se saltassimo a piè pari il fatto che etica è, prima di tutto, difesa di noi stessi – e in questo caso, della specie umana – diventerebbe chiaro perché non si riesca a capire che i bambini, debolissimi, devono essere difesi per il proseguo della specie umana e quindi non possono essere trattati alla stregua di una mucca, di un cane o di un insetto. E così gli anziani, che seppur alle volte non sono più in grado di esprimersi o muoversi, “rimangono” a livello mentale come coloro che ci hanno dato la vita ed appare chiaro perché per alcuni di noi sorga un dubbio etico di protezione nei loro confronti, anche se queste persone non sono più produttive come un tempo o non riescono più ad interagire con il mondo esterno; fra l’altro, gli anziani possono essere depositari di esperienza e saggezza che ci potrebbero tornare utili, ed è per questo che viene loro riconosciuto un ruolo superiore rispetto ad un animale. Per finire, i portatori di handicap vengono difesi e mantenuti, soprattutto nelle società ricche che se lo possono permettere, perché sono gli stessi genitori che li hanno messi al mondo ad amarli (esiste quindi la presenza di reali connessioni cerebrali), oltre all’adesione ad altre forme di morale come quella religiosa, che vede in ogni vita umana un figlio di Dio.
In questo quadro di corto circuito etico, il modo con il quale trattare gli animali diventa alquanto difficoltoso: «[…] il concetto di Benessere Animale è almeno controverso, perché poche persone negano che noi non dovremmo essere crudeli con gli animali. Molte persone hanno stretti rapporti affettuosi con gli animali nel domestico e in altri contesti, ma riconoscono personali contraddizioni nei loro atteggiamenti; in ciò che il limite della sofferenza dell’animale è considerato eticamente accettabile spesso dipende dal potenziale beneficio che potrebbe risultare dai modi in cui sono usati. Alle volte la contraddizione è netta – come quando alcune persone trattano i conigli come animale da compagnia, o come cibo o come un soggetto da esperimento» (Mepham, 2008:162).
Quindi l’ipotesi che l’etica cambi con la percezione che si ha dell’animale è ancora una volta giustificata, ma non basta. Infatti la percezione dell'animale, ma soprattutto della sua sofferenza, è legata anche al grado di sviluppo neuronale dell’animale e alle sue forme di manifestazione del dolore. E non è ancora sufficiente, perché, in ultima analisi, bisogna considerare che nella creazione di dubbio etico rimane fondamentale il punto di vista personale di ogni singolo individuo. A titolo di esempio: se in genere nessuno si preoccupa se una quercia viene tagliata, è invece facile che si creino dei comitati contro l’abbattimento di una vecchia quercia simbolo di una comunità, nel centro di una cittadina. È chiaro che non c’è alcun tipo di sviluppo neuronale da parte delle piante, ma una percezione da parte delle persone di quella comunità per quella specifica quercia esiste, ed è ciò che conta nella determinazione dell’etica. In altre parole, conta il valore particolare che viene dato da ogni singola persona ad ogni singolo e specifico essere vivente; se pure la quercia avesse uno sviluppo neuronale capace di far percepire una sua sofferenza nell’atto del taglio, sicuramente ci sarebbe una ancora maggiore risposta empatica da parte dell’opinione pubblica, come quella che si esprime  nella difesa del verde pubblico e degli spazi naturali in diversi livelli della nostra società. Il grado di sviluppo neuronale è importante, quindi, nella misura in cui l’essere vivente risponde ai nostri input e stimoli tali da influenzarne la nostra percezione e la nostra empatia nei suoi confronti.>>

(Testo tratto dal libro "Il Piatto Piange" di Andrea Meneghetti vedi qui)